Sul Romanzo webzine, ecco il numero di agosto 2010

Sul Romanzo – numero 3 – Agosto 2010

La rivista telematica diretta da Morgan Palmas esce con il nuovo numero.

Vi sono più rubriche e collaboratori, il lavoro di redazione è stato notevole, la rivista sta crescendo. Eccone l’indice:

  • Pag. 3 L’editoriale di Morgan Palmas
  • Pag. 5 Un incontro con Marcos y Marcos di Deborah Pirrera
  • Pag. 8 Gli uomini da Marte e le donne in libreria di Geraldine Meyer
  • Pag. 10 Un incontro con Alice Di Stefano di Alessia Colognesi
  • Pag. 14 Dietro le quinte di Alberto Stigliano
  • Pag. 16 George R.R. Martin di Marcello Marinisi
  • Pag. 20 Pretacci di Marta Traverso
  • Pag. 22 La libidine di potere del borioso analfabeta di Emanuele Romeres
  • Pag. 26 Puglia: è finita la controra di Chiara Dell’Acqua
  • Pag. 29 Arte del ricamo, pollo al curry e nudismo in balcone di Giovanni Ragonesi
  • Pag. 33 Fénéon e il silenzio disatteso di Alessandro Puglisi
  • Pag. 36 Sulle difficoltà dell’esordire di Silvia Mango e Michela Polito
  • Pag. 38 Robin Hood tra cinema, letteratura e mito di Claudia Verardi
  • Pag. 42 Nichilismo e metafisica di Vittorio Possenti di Maria Antonietta Pinna
  • Pag. 44 Sentimenti umani e virtù etiche di Adriana Pedicini
  • Pag. 48 Ancora del Mediterraneo di Paolo Melissi
  • Pag. 55 Nicola Lagioia, lo sguardo del sopravvissuto di Giovanni Turi
  • Pag. 58 Quando un lavoro non è un mestiere e vice-versa di Angelica Gherardi
  • Pag. 62 Rino Gaetano. Il senso del nonsense di Annalisa Castronovo
  • Pag. 66 A.A.A. Cercasi futuro a nordest di Alberto Carollo
  • Pag. 70 Un incontro con Emanuele Pettener di Morgan Palmas
  • Pag. 75 Poesia e racconto del mese, rapporto fra Nord e Sud in Italia


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La libidine di potere del borioso analfabeta

Sul Romanzo webzine

 

Lo è per definizione. Peggio dei critici d’arte e di quelli letterari, abilissimi nell’evidenziare limiti e difetti delle opere altrui quanto incapaci di produrre un quadro o un romanzo. Naturalmente parliamo della figura del redattore o, come si dice oggi con un anglicismo oltretutto errato rispetto alla realtà nostrana, l’editor.
Un personaggio borioso per lo più, convinto di aver letto tutto ciò che valeva la pena di leggere, e ciononostante analfabeta, perché notoriamente non in grado di cogliere gli elementi di valore e novità dei lavori che gli vengono affidati.
Il borioso analfabeta è, purtroppo, l’inevitabile strettoia che lo scrittore deve affrontare nel tentativo di approdare in casa editrice. Vediamo dunque come sconfiggerlo, o perlomeno come evitare gli spuntoni rocciosi che potrebbero affondare la vostra nave e, fuor di metafora, il vostro romanzo.
Tendenzialmente, l’editor legge molto. Ha iniziato da ragazzo, con una passione smodata per la narrativa d’avventura, per poi passare ai classici. Se avete scritto un romanzo di fantascienza, mettetevi il cuore in pace, sarete misurati volenti o nolenti con la Fondazione di Isaac Asimov o la città eterna di Arthur Clarke. Peggio se volgete all’avventura, perché il metro di paragone potrebbe essere Emilio Salgari. Non parliamo dei romanzi storici, dove Alessandro Manzoni impera, appena mitigato da Umberto Eco. In ogni caso, l’editor è un vecchio topo di biblioteca, ama la prosa stantìa di Italo Calvino o di Carlo Cassola, le ambientazioni provinciali di Cesare Pavese. Per un ignorante presuntuoso come l’editor, Wilbur Smith sa scrivere in inglese, Stephen King è davvero un giallista.
Qualunque sia il genere letterario dell’opera che volete fare approdare in casa editrice per la pubblicazione, evitate con cura di evidenziare quanto il vostro stile sia in contrasto con i maestri della letteratura, quelli veri ma anche quelli discutibili eppure vendutissimi. Ricordatevi che da qualche parte esiste un editor che ha deciso di pubblicare Moccia, altrove un estimatore di Baricco. Superate il vostro senso di disgusto. Potrebbe toccare proprio a voi fare i conti con la stessa persona.
L’editor ha lo stesso spessore intellettuale della celeberrima casalinga di Voghera. E’ del tutto incapace di cogliere le finezze linguistiche, le innovazioni sintattiche. Odia gli anacoluti come la marmellata sul brasato al barolo. Su questo punto, ci sono pochi trucchi cui fare ricorso. Grammatica e sintassi, almeno nelle prime dieci pagine, cercate davvero di rispettarle.
L’editor è superficiale. E’ una conseguenza diretta della boria e dell’ignoranza che lo attanagliano. Vi giocherete la sua simpatia nelle prime tre pagine. Se il telefono per disgrazia squilla mentre è a metà della prima pagina, quelle poche righe saranno tutto ciò che riuscirete a fargli leggere. Ecco la ragione vera per la quale l’incipit di un romanzo è fondamentale. L’unico scopo dell’incipit è prendere al volo l’editor, colpirlo allo stomaco, fargli balenare per un istante la speranza di aver trovato, almeno una volta nella sua frustrante e inutile carriera di mezze maniche dell’editoria “il libro”, quel libro del quale potrà raccontare ai nipotini: “ecco, l’ho scoperto io”.
L’editor, a prescindere dall’età, ha problemi di vista. Nulla lo indispettisce di più di un piego stampato in caratteri inferiori al corpo 12. Meglio un 14, con l’interlinea sufficientemente ampia. Non è un grande sacrificio. Consideratelo un atto di pietas nei confronti di un minus habens.
L’editor, infine, è conformista, maledettamente conformista. I suoi gusti di lettura, a causa dell’eccesso di fruizione della stessa, che spesso non si esaurisce all’orario di lavoro ma prosegue patologicamente a casa e persino nei fine settimana, sono purtroppo perfettamente omologati a quelli della massa dei lettori. Su questo piano, c’è ben poco da fare, se non di capire cosa potrebbe interessare il pubblico dei lettori cui vi rivolgete. Se interessa loro, potrebbe interessare lui.
L’editor è perfettamente consapevole di essere protetto dalla legge. Non potete ucciderlo. Dovrete quindi fare i conti con questo insopportabile figuro anche dopo aver passato indenni gli scogli della prima selezione. Evitate quindi di considerarvi approdati soltanto perché la vostra opera ha iniziato il cammino che potrebbe portare alla pubblicazione.  I sacrifici al vostro orgoglio, in questa seconda fase, saranno ancora superiori e meno sopportabili di quanto vi possiate aspettare.
C’è uno scoglio insidioso sul quale molte opere naufragano in modo inatteso: il titolo. Non c’è niente di più irritante per uno scrittore di vedersi contestare l’originale “Il nome del gladiolo” che sintetizzava perfettamente il suo romanzo storico di ambientazione medievale o “La metropoli e le stelle” che mirabilmente avviava il suo ciclo fantascientifico. Su questo punto l’editor è irremovibile. La sua sudditanza nei confronti delle opere già pubblicate è assoluta. Fra l’altro, in questo caso, può contare sul totale sostegno di quel caprone del direttore editoriale. Mettetevi il cuore in pace, almeno per i primi due romanzi e rinunciate all’inutile scontro: il titolo non potrete sceglierlo, al massimo suggerirlo, ma con molta timidezza.
Il baratro dell’ottusità e dell’insipienza vi si parerà improvviso all’atto di definire la copertina. L’editor è assolutamente privo di senso artistico, odia visceralmente ogni innovazione, è capace di atti violenti, fino alla tortura delle bozze già impaginate con passaggio ripetuto nel caminetto, se solo provate a contestare la linea grafica della collana nella quale verrà inserita la vostra opera. E’ assolutamente inutile dimostrargli che il logo dell’editore non deve comparire dove è sempre comparso, spiegargli che il formato dei grandi tascabili economici è un insulto a Pitagora, o che il titolo scritto in orizzontale da sinistra a destra sono sintomi di un conservatorismo patologico.
L’editor è un dinosauro, non sente ragioni. La psicosi da conservazione nella filiera del libro è epidemica, ha infettato i promotori, i distributori, persino i librai e, secondo le più recenti ricerche scientifiche, persino i lettori. Gli Oscar Mondadori sono odiosamente, insopportabilmente, ignominiosamente sempre Oscar Mondadori. Non è mai accaduto nella storia di questa casa editrice che abbia pubblicato un libro con il logo di Sellerio o le copertine della Garzanti. In questo caso, ad aggravare la situazione, l’enclave mafiosa è compatta e granitica: grafici, responsabili della promozione, persino tipografi e legatori saranno complici dell’editor nel rovinare il vostro libro.
Arrivati a questo punto, siete ormai consapevoli che il vostro romanzo, scritto con dedizione durante lunghe notti insonni, sconquassato nelle secche delle redazioni, cannoneggiato dall’editor, bombardato dagli addetti alla promozione, si è trasformato da splendido veliero in un relitto putrido, il cui destino sarà galleggiare amaramente per alcune settimane, magari alcuni mesi, nella risacca delle librerie, sotto gli occhi di tutti, per poi arenarsi miseramente sugli scaffali e, infine, depositarsi sul fondo melmoso delle biblioteche, dove potrà giacere per decenni, visitato di tanto in tanto da un lettore.
Nella peggiore delle ipotesi, il relitto sarà restaurato, offeso da una nuova e ancor più orripilante copertina, ricomposto come un cadavere risuscitato in una nuova edizione, sempre e odiosamente scritta in caratteri latini, con i paragrafi giustificati. Talvolta qualche saccente e irriverente editor interverrà persino sulle edizioni successive, eliminando quei refusi che voi consapevolmente avevate deciso di lasciare in un angolino, per sottolineare con una piccola imperfezione voluta l’assoluta intoccabilità della vostra opera.
Giunti a questo stadio sarete diventati scrittori, ma la fama non vi ripagherà delle offese subite. L’editor nel frattempo sarà morto di vecchiaia, ma l’odio che avrete nutrito nei suoi confronti non verrà meno. L’unica soluzione, come insegnano Salgari, Hemingway e molti altri, è uno spettacolare e sanguinolento suicidio. Agli editor delle nuove generazioni piacciono moltissimo questi epiloghi. Anche ai responsabili della promozione, ai librai e persino ai lettori. Fanno vendere un sacco di copie, e a quel punto nessuno sente il bisogno di correggere i vostri manoscritti. Persino la lista della spesa, purché autografa, sarà trattata con rispetto e magari venduta all’asta.



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Nella casa delle anime smarrite

Nella Casa delle Anime Smarrite non si entra e non si esce se un sorvegliante non viene ad aprire e chiudere la porta d’ingresso. Anche le finestre sono chiuse a chiave, salvo strette feritoie apribili per cambiare l’aria. Agli ospiti non è consentito usare fili di nessun genere (nemmeno quelli delle cuffie stereo), accendini, vasellame di vetro, che è sostituito con la plastica, della quale sono pure costituiti coltelli e forchette, gabinetti chiudibili con serratura. Mai come in questa Casa il confine tra la Vita è la Morte è tanto sottile. In questa Casa la bella primavera resta fuori delle finestre chiuse, tuttavia essa trova il modo di farsi sentire insinuando il suo vento profumato nelle feritoie apribili.

La prima volta che ci sono entrato temevo di sentire grida, pianti e “stridor di denti” invece, sorpresa: la Casa è silenziosissima; gli ospiti vagano muti nel breve corridoio. La Signora con il Pigiama Bianco rimane seduta per ore immobile, a fissare nel vuoto, il Ragazzo Magrolino passeggia su e giù senza parlare, la Signora con il Volto Ammaccato se ne sta sola nella sua stanza, la giovane, graziosissima Ragazza di Colore sorride, ma, interrogata non risponde. Da giorni insegue un altro ospite. Di tanto in tanto, al riparo da sguardi indiscreti, si scambiano tenerissimi baci a fior di labbra. Anche nella Casa delle Anime Smarrite può fiorire l’amore in una primavera di straziante bellezza.

La madre di una giovane ospite ferma un Medico per chiedere spiegazioni. Lui ride bonario: “Eh, cosa vuole: ogni tanto bisogna tornare qui per rifare il tagliando” e tira dritto. I più umani, come sempre, sono gli infermieri: ragazzi e ragazze giovani e meno giovani, stressati da un lavoro che nessun stipendio potrà mai adeguatamente ricompensare, sono veri campioni di cristiana sopportazione. Sono loro, non i medici, che stanno a contatto ventiquattro ore su ventiquattro con la pena umana, con un incessante, lacerante male di vivere. Se gli ospiti non parlano tra di loro, se non per brevi monosillabi, la porta dell’infermeria non conosce pace. Di continuo viene aperta con richieste pressanti: “Dammi una sigaretta”, “Fammi telefonare a casa”, “Sono nervoso: dammi le gocce”, “Dammi un caffè”. E loro pazienti a spiegare che è tutto il pomeriggio che provano a telefonare a casa ma non risponde nessuno; che il caffè agita, sarebbe meglio una camomilla; che la sigaretta gli è appena stata data.

Un’infermiera porge ad un’ospite un bicchierino di carta con le gocce: “Non le voglio, adesso non ne ho bisogno” risponde la paziente. La donna cerca di spiegare l’utilità della terapia poi, rassegnata, scrive sulla cartella clinica: “Rifiutata”. Nella stanza dell’arte-terapia una giovane infermiera mostra, ad alcune ricoverate, come incollare fiori di carta su una tela: ancora un’immagine della primavera in queste chiuse stanze. Nella sala di ricreazione c’è un grande tazebao sul quale gli ospiti possono scrivere quel che passa loro per la mente. “Allah akbar” (Dio è grande) ha scritto un ospite islamico. “Che tutti gli esseri possano essere felici” scrive una giovane ospite attraversata da echi buddisti.

Alle sedici arriva il carrello con the, fette biscottate, marmellata, yogurt, succhi di frutta, mele, arance. Gli ospiti sfilano muti, ognuno prendendo ciò che gradisce per una merenda consumata in silenzio. Un mondo di inespresso dolore, ritmato da un assordante silenzio. L’unica che, dopo un primo momento di smarrimento, è attiva, parla, discute con medici ed infermieri, s’impone, s’incazza, fa valere le sue ragioni, si comporta come un’educatrice con gli altri ospiti, contratta la terapia è Arianna. Un’infermiera le dice: “Ma cosa ci fai tu qui dentro? Esci, goditi la vita”. Lei, che fino a ieri voleva uscire a tutti i costi, oggi –vuoi per senso di contraddizione, vuoi perché ha compreso l’utilità delle indagini diagnostiche cui è sottoposta, vuoi perché qui si sente giustamente protagonista – non vuole più uscire.


Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato

Quando un ospite ritrova finalmente la sua anima e gli si spalancano le porte della libertà e della vita, nella Casa delle Anime Smarrite è il momento dei saluti festosi cui partecipano tutti: medici, infermieri, ospiti. Tutti si danno il tu e si baciano commossi, sperando di non dover tornare tanto presto per rifare il “tagliando” .


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Il pensatore positivo

Una delle follie introdotte dalla New Age è il cosiddetto Pensiero Positivo. Se pensi positivo la tua vita cambia: amore, amicizie,lavoro, soldi, malattie, all’improvviso tutto volge al meglio. Sull’onda di questa teoria, in questi ultimi anni è emerso un nuovo tipo umano: il pensatore-positivo.

Il pensatore positivo è schiavo di una tragica illusione, ossia che tutto ciò che accade fuori e attorno a noi, sia determinato da ciò che accade dentro di noi. Di conseguenza saremmo noi a creare, amici traditori, partner infedeli, ambienti di lavoro mobbistici, malattie e persino gli incidenti. Questa convinzione determina a sua volta una cascata di pie illusioni. Non vai d’accordo con la moglie? Pensa positivo e tutto si risolve “naturalmente”. Tuo figlio si droga? Pensa positivo e vedrai che tutto s’aggiusta. Hai perso il lavoro? Pensa positivo e lo ritroverai. Stai sperimentando ira, rabbia,gelosia, odio, amarezza? Pensa positivo e vedrai questi sentimenti negativi sciogliersi come neve al sole.

Come se non bastasse, talvolta il pensatore-positivo diviene preda di pesanti idiosincrasie. A suo dire egli sviluppa uno speciale sesto senso per captare la “negatività”: terrificante spauracchio da sfuggire in tutti i modi. Perciò può accadere che, egli, improvvisamente si eclissi da ambienti sociali e frequentazioni abituali, perché sentiti come “negativi” (“Sabato sera – racconta una conoscente- ero a una festa ma me ne sono dovuta andar via perché sentivo la negatività”). Non soltanto ci sono persone negative ma perfino abitazioni, soprammobili, monili. La statuina riproducente un elefantino con la proboscide volta in alto è positiva, mentre se la proboscide è volta in basso è negativa. Il tatuaggio con la spirale che sale è positivo, se la spirale scende è negativo. Soprattutto si parla sempre più spesso di “energia” positiva o negativa senza tuttavia mai sapere bene di che si tratti.

La religione dev’essere “positiva”, così il cristianesimo New-Age tende a cancellare l’Antico Testamento perché contiene – a mio parere giustamente- tutto il catalogo delle barbarie umane: stupri, sodomie, stermini, assassini a cominciare da Caino e Abele. Persino Gesù, che ha avuto il coraggio di infrangere molti tabù ebraici, è stato ridotto ad una specie di guru efebico, quando non lo si è cancellato come “persona”, preferendo parlare di “energia cristica, o coscienza cristica” (!?).


Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato

Questa ossessione per tutto ciò che è positivo, con conseguente cancellazione di ciò che è negativo, dimenticando la dimensione tragica della vita, provoca, nel pensatore-positivo una pericolosa scissione sia nel proprio io che negli oggetti esterni. La psicologia ci insegna che la sanità mentale consiste proprio nel saper integrare la parte accettata di sé con la parte oscura (che Jung chiamava l’Ombra), così come bisogna saper integrare la parte positiva e negativa di quello che è fuori di noi. Questa mancata integrazione genera una specie di schizofrenia, una vita vissuta solo a metà. E poiché, nonostante gli sforzi del pensare positivo, la dimensione tragica, prima o poi, irrompe nelle nostre vite; ne conseguono delusioni e frustrazioni.


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Il politico da bar

Dopo “l’ignorante dialettico” e “il nato imparato”, questa settimana voglio proporre ai nostri lettori un altro tipo umano: il politico da bar.

Il milieu del politico da bar è naturalmente il bar, specie se frequentato da un gruppetto di amici. Il politico da bar è uno che ha già mangiato tutte le foglie prima di nascere. Egli, cosa già abbastanza sorprendente, non solo ha un’opinione su tutto, ma ha una soluzione per tutti i grandi problemi che affliggono il nostro Paese: le ferrovie (uno psichiatra diceva che, un tempo, per capire se una persona era pazza gli si chiedeva se possedeva la soluzione di questo annoso problema), le tasse, la scuola, la viabilità, la delinquenza, l’immigrazione, la prostituzione, la sanità, lo sport e…chi più ne ha più ne metta. Ma non basta ancora: queste soluzioni, a suo parere sono facili e radicali: basta avere la volontà politica per attuarle, sono i politicanti che le rendono difficili per poterci marciare…

Lo strumento principe del politico da bar è la lettura quotidiana del giornali. Osservandolo durante questo esercizio, si potranno cogliere sul suo viso i seguenti segnali rivelatori: sorrisi sardonici, alzata di ciglia, lievi scuotimenti del capo, smorfie schifate. Che sta succedendo? Succede che il politico da bar, via via sempre più inorridito dalla lettura, sta prendendo nota mentalmente delle nefandezze della Politica per poi, terminata la lettura, lanciarsi in furiose invettive.


Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato

La frase preferita del politico da bar è: “Io l’ho sempre detto”, seguita da una serie impressionante di luoghi comuni: Il pesce puzza dalla testa (dimenticando le miriadi di “furbi” evasori di piccolo cabotaggio); il marcio sta sempre in alto; a pagare sono sempre i fessi; destra o sinistra sono tutti uguali; anche i puri, una volta raggiunto il “cadreghino”, rubano come tutti gli altri; gli atleti di un certo livello sono tutti dopati; gli impiegati statali sono tutti fannulloni (alla faccia di certi uffici dove si corre tutto il giorno); gli extracomunitari vengono qui per rubare, non per lavorare (alla faccia di tutti i manovali, di tutte le badanti che passano la vita insieme a vecchi disabili), i giornalisti sono tutti venduti o bugiardi (alla faccia di tutti gli opinionisti assassinati dalle Br e di tutti i reporter uccisi nei teatri di guerra).


Naturalmente il politico da bar non esiste da solo: ha bisogno di una piccola corte di amici che lo segue e lo venera come un guru. Niente irrita di più il politico da bar che essere contraddetto: chi ha il coraggio di farlo, sia pure sommessamente, si fa un nemico per la vita.

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La sanguisuga

Oggi vi parlo di un altro tipo umano: la sanguisuga. Tra tutte le persone negative la sanguisuga è la peggiore che possiamo incontrare sulla nostra strada.. Meglio una persona malvagia e prevaricatrice. D’altronde anche la Sanguisuga prevarica ma, anziché farlo esercitando la prepotenza, lo fa con una simulata dolcezza.

La sanguisuga è una specie di morto-vivente, uno zoomby il quale, non possedendo una vita propria, succhia quella di malcapitati familiari o amici. Naturalmente questa persona non si “attacca” a chiunque: essa possiede uno speciale sesto senso nel riconoscere le persone dal cuore tenero, naturalmente predisposte a soccorrere, a sacrificarsi per gli altri. Se vogliamo evitare di trovarci senza forze e con un pugno di mosche in mano, dopo che ci siamo fatti succhiare il sangue per anni; è di vitale importanza imparare a riconoscere in tempo la Sanguisuga. Essa utilizza, per irretire le sue vittime tre armi micidiali: la lode, la lamentela, il vittimismo.

La lode viene sapientemente utilizzata per convincere l’altro di aver trovato il migliore degli amici possibile. La sanguisuga sommerge letteralmente le sue vittime di complimenti che, come si sa, fanno sempre piacere. Una volta ottenuta la fiducia per il tramite della piaggeria, la Sanguisuga riesce a mantenere l’insana relazione attraverso un uso raffinato delle altre due armi: la lamentela e il vittimismo. Essa si lamenta continuamente per ogni cosa: il tempo, le stagioni, i malanni, gli insuccessi. Attraverso il vittimismo essa produce devastanti sensi di colpa nel malcapitato, il quale raddoppierà i suoi sforzi per cercare di non scontentarla.

La relazione può andare avanti per anni, decenni finchè…l’altro non capisce che la Sanguisuga pretende in continuazione ma non gli dà niente (perché non ha niente da dare a nessuno): perciò, se gli rimane ancora un barlume d’energia, finalmente se ne và.

A quel punto la Sanguisuga sviluppa contro di lui un odio implacabile e lo farà oggetto di ingiurie, invettive, dispetti pesantissimi che annichiliscono il poveraccio, il quale sarà accusato invariabilmente di alto tradimento, di non essere quello che sembrava, di ciclotimia e persino di insensibilità (!?).



Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato


Se la Sanguisuga è una moglie riterrà il marito colpevole di essere ingrassata, delle emicranie, delle vampate di calore, dell’ipertensione, di non essere più bella come una volta, ecc. Se è un marito riterrà la moglie la causa dei suoi insuccessi professionali, delle sue defaillance sessuali, di non avere amici, ecc. Se vive un rapporto d’amicizia accuserà gli amici di trascurarla, di dimenticarsi i suoi compleanni, di non informarsi sollecitamente della sua salute, peraltro solidissima (ipocondria a parte), ecc.


Se la vittima riuscirà a tener duro sotto questo tsunami verbale, questa tempesta emotiva, potrà finalmente liberarsi della Sanguisuga, alla quale non resterà che guardarsi intorno alla ricerca di una nuova vittima.

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Il radical chic

Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato


Questa settimana voglio proporre ai lettori un altro tipo umano: quello che Montanelli, con una felice intuizione chiamò radical-chic.

Il radical-chic non vive immerso in mezzo alla società: si crea una sua società ideale, ristrette cerchie di sodali, i soli che valga la pena  frequentare. In queste piccole,blindatissime corti, se c’è uno scrittore puoi giurarci che è il “miglior scrittore” esistente; così per i pittori, i musicisti, gli architetti,ecc. Al di fuori di queste enclave, domina la superficialità, la banalità, il pressappochismo, il qualunquismo. Dunque il radical-chic non è aperto a quanto succede attorno a lui: egli ha i suoi autori, i suoi musicisti, i suoi artisti, i suoi saggisti, ignorando aristocraticamente tutto il resto.
Il radical-chic, quasi sempre di provenienza extraparlamentare,
presenta due distorsioni cognitive che lo rendono elitario e spocchioso: scambia leggerezza per superficialità e semplicità per banalità.
Dunque, scambiando la leggerezza per superficialità, per il radical-chic tutto ciò che è piacevole, non è “impegnato” e quindi non è serio. Perciò, anziché amare, ad esempio, un bel film d’amore francese (di Lelouch o di Rohmer), di quelli che regalano appunto la leggerezza dell’essere, egli preferisce pellicole impregnate di messaggi politico-social-ecologici. Così accade che, quando è un radical-chic a decidere la programmazione di un cineforum, la inzeppa di pellicole terzomondiste spesso noiosissime e praticamente invedibili.
Esistono poi una letteratura e una saggistica radical-chic. Giorgio Bocca, ad esempio, in questi ultimi decenni ha scritto alcuni capolavori sia per i contenuti sia per l’altezza di scrittura. Ma Giorgio Bocca con è riconosciuto dalla tribù radical-chic che, nel sentire il suo nome, storce il naso. Se c’è uno studioso che ha capito a fondo l’animo umano (specie quello italico) è Alberoni. Dai suoi articoli sul “Corriere”, imparo sempre qualcosa di importante; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e, all’estero è, da molti studiosi, considerato un maestro della moderna sociologia. Senonchè il radical-chic, scambiando la semplicità di scrittura (grandissima qualità) per banalità, lo considera un autore “lapalissiano” e gli preferisce certi sociologi engagé i cui testi sono pieni di fumosi giri di parole, di vocaboli astrusi, di concetti contorti. Persino Musatti, il fondatore della psicanalisi italiana, un grandissimo psicanalista, è stato definito dai radical-chic  “superficiale”: un altro che aveva il torto di parlare e scrivere con semplicità.
Il radical-chic pinerolese snobba l’Eco del Chisone, un tempo definito “Settimanale dei preti”, anche se, come amava ripetere il compianto Don Morero, lo legge “di nascosto”. Salvo poi, appena pubblica qualcosina, spasimare per avere una recensione sul giornale dei preti. La cosa che mi diverte di più è sentire un radical-chic che mi dice: “ i tuoi articoli piacciono a mia nonna, a mia zia, a mio cugino”. Addirittura uno mi disse convinto: “I tuoi articoli piacciono al mio macellaio”, facendomi inconsapevolmente un bel complimento.
Il radical-chic ex-sessantottino, nonostante il fatto che la realtà abbia sconfessato puntualmente molte sue farneticazioni, non perde la sua sicumera e dunque non perde il vizio di impartire lezioni agli altri: ogni volta che ne incontro uno, non è mai un incontro alla pari ma tra maestro e allievo.



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Il nato imparato

Dopo “l’ignorante dialettico”, un altro tipo umano sta avanzando prepotentemente. Con una forzatura grammaticale potremo chiamarlo “ il nato imparato”.
Un’amica insegnante, tempo fa, mi confidava le difficoltà, lo stato di frustrazione che deriva dal dover tentare di insegnare a gente che non glie ne frega niente d’imparare. Ragazzi che, possedendo la dialettica di derivazione  televisiva, Internet, il cellulare, credono di essere “imparati” e di non avere bisogno di nuove conoscenze.
Il nato imparato ha una sua opinione su tutto, anche su argomenti dei quali non ha la più pallida idea. Dunque egli si nutre di schemi mentali.Gli schemi mentali, come insegna la psicologia oltre ad essere fallaci, incapaci cioè di adattarsi ad una realtà mutevole, comportano pesanti distorsioni cognitive. Mi è accaduto di assistere a  discussioni tra un nato imparato a digiuno di un certo argomento con un esperto in materia il quale, al termine di estenuanti e sterili ragionamenti, si vedeva costretto, contro ogni evidenza scientifica, a dare ragione al suo interlocutore. In casi peggiori è accaduto che un nato imparato, forte dello schema mentale “Se ti attaccano difenditi”, abbia mandato all’ospedale un compagno colpevole di avergli giocato uno scherzo innocente.
Anni fa, su queste pagine, abbiamo letto diatribe senza fine di un laureato in Economia e Commercio, il quale pretendeva di insegnare niente popodimeno che la Medicina, ad un valente medico pinerolese il quale aveva al suo attivo, oltre alla laurea, dieci anni di pratica ospedaliera, e altri vent’anni di pratica ambulatoriale.
Al nato imparato la persona colta dà fastidio, come se fosse una pietra d’inciampo nel suo processo di self-teaching. Senonchè, senza l’aiuto di una persona esperta, è praticamente impossibile perseguire una ricerca su materie complesse e composite. Spesso capita che qualcuno, trovando in un articolo di giornale una parola sconosciuta, ne chieda, a chi ne sa di più, il significato per poi, appena questi inizia a fornire una spiegazione, distrarsi e mettersi a parlar d’altro, dimostrando quanto fosse superficiale la sua curiosità.
Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato

Il nato imparato basta, culturalmente, a sé stesso perciò, alla gratitudine d’un tempo verso chi, con i suoi consigli, ci aiutava a progredire nella strada della conoscenza; si ‘ sostituito il fastidio, quando non un aperto senso di fastidio, d’irritazione.

Poi ci si stupisce constatando che, perfino dei parlamentari, interrogati con domandine facili, facili (come diceva Mike Buongiorno) su storia, geografia, cultura generale, rispondano con imbarazzati silenzi, risposte abborracciate quando non autentiche castronerie.


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Un concorso letterario? Sì, ma come?

Letture sparseDa tempo in redazione stiamo pensando a lanciare un concorso letterario per la narrativa. Ce ne sono già decine, anzi centinaia, diranno i nostri lettori. Anche questo è vero. E’ altrettanto vero, tuttavia, che la maggior parte dei concorsi letterari per scrittori esordienti hanno in comunque due caratteristiche: la prima, quella di essere finalizzati per lo più a incamerare la tassa di partecipazione, consegnando in cambio una bella targa ricordo, la seconda, di essere quanto mai generici e del tutto svincolati dagli interessi dei lettori.

Alcuni nostri autori, e non a caso abbiamo “citato” nell’illustrazione un libro di Bartolomeo Di Monaco, hanno ottenuto riconoscimenti in qualche premio letterario. Bartolomeo Di Monaco, al Premio Firenze, e Ugo Mazzotta, al Premio Tobino. Fatto curioso, venne premiato per un’0opera inedita, il suo romanzo d’esordio “La bella Napoli”, e ritirò il premio con il libro fresco di stampa in mano.

Fu l’unico caso n cui uno scrittore esordiente pubblicato dalla nostra casa editrice venne premiato in quanto esordiente. E non a caso il premio arrivò dopo la pubblicazione. Sarà una naturale diffidenza della nostra redazione verso i premi letterari? Può darsi.

Allora, direte voi, perché varare un premio? E soprattutto, mica sarà un premio acchiappa allocchi? State tranquilli, gli unici allocchi qui sono i redattori che, ancora una volta senza ricevere compensi per il lavoro straordinario, dovranno sobbarcarsi un duro lavoro di selezione.

Il progetto è in fase embrionale; suggerimenti e consigli sono ben accetti. Intanto alcune certezze: sarà un premio riservato alla narrativa; un’unica sezione: romanzo breve, massimo 150 mila battute, minimo 100 mila. Sarà inoltre rigorosamente a tema. Insomma un altro dei nostri call for paper.

In palio neppure un euro di premio. Neanche una targhetta di plastica. Men che meno una pergamenina da appendere in salotto. Solo e soltanto un contratto di edizione nella collana I FAGGI. A qualcuno interessa? E secondo voi, la giuria dobbiamo tenerla ristretta alla redazione o ampliarla coinvolgendo i lettori? In questo secondo caso, pubblicando le opere in ebook ad esempio in una sezione ristretta del sito? Dateci un’idea, per capire se ne vale la pena.

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L’ignorante-dialettico

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.

Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.
In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…
Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.

In questi ultimi anni si è assistito alla comparsa di un nuovo tipo umano: l’ignorante-dialettico. Un tempo la persona incolta, cosciente della sua inadeguatezza culturale, parlava poco, avendo difficoltà ad esprimersi. Oggi, s’incontrano un sacco di persone incolte ma che, grazie ai talk-show televisivi, hanno acquisito una parlantina sciolta.
Convinti che dialettica equivalga a cultura, si credono intelligenti. Ciò li porta spesso a diventare arroganti, prevaricatori. Basta fare la coda allo sportello di un ufficio, dell’ospedale, di una scuola per rendersi conto con quale improntitudine e con quanta veemenza queste persone si credono in diritto di aggredire verbalmente un impiegato, un infermiere, un medico, un funzionario, minacciando denunce, lettere ai giornali e il ricorso a trasmissioni televisive di denuncia spicciola, ecc.
Il tragico è che, talvolta costoro, riescono a raggiungere il loro scopo, scavalcando persone miti ed educate.


Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato


In una conversazione l’ignorante-dialettico sulle prime può colpire, appunto per la scioltezza della parlantina, ma se si analizza a fondo il suo discorso, emerge che è privo di profondità quando non addirittura di senso. Tempo fa, visitando una mostra, mi fermai a sentire una ragazza incaricata di dare spiegazioni ai visitatori. Benché sciorinasse una serie di banalità assolute e perfino di scempiaggini, aveva un capannello di ascoltatori che la seguivano religiosamente…
Mi è accaduto di ascoltare una lezione di “Scienza esoterica” assolutamente folle, tenuta da un sedicente “maestro” il quale infarciva il suo discorso con un bric-a-brac di citazioni prese dalla gnosi cristiana, da Marsilio Ficino, da Ermete Trismegistro, dal Buddismo, dal Tantrismo: una pastone insulso, magnificamente recitato da uno che pretendeva di sapere per filo e per segno tutto quello che ci accade dopo la morte, di conoscere le sorti degli spiriti disincarnati, i piani di coscienza dell’Essere. Eppure c’era chi prendeva appunti, registrava la conferenza, domandava precisazioni quando pensava di non aver capito bene…
Alcuni matrimoni falliscono proprio perché uno dei partner aveva scambiato l’ignorante-dialettico per una persona ricca di contenuti, di spessore culturale e umano, per poi accorgersi che, sotto il bel vestito della parlantina, non c’era niente.



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Nati imparati, il blog giornalistico di Aldo Rosa

Il blog di Marco Valerio Edizioni si arricchisce di un nuovo e autorevole collaboratore, dopo le penne roventi di Emanuele Romeres e Morgan Palmas, quelle letterarie di Bartolomeo Di Monaco e Achille Maccapani e la giovane crafter Valentina Sardu.

A breve, la struttura dell’intero sito si articolerà in modo più funzionale, con una serie di sottodomini dedicati, per permettere ai nostri lettori di seguire le diverse sezioni più comodamente.


Aldo Rosa

Aldo Rosa, fotografia di E. Toniato

La redazione della nostra casa editrice dè il benvenuto ad Aldo Rosa, scrittore e giornalista, del quale abbiamo recentemente pubblicato una raccolta di racconti ambientati a Vigone, La bici di Matteo. Aldo Rosa è notissimo non solo nel Pinerolese per le collaborazioni nel campo dell’arte e della storia sul settimanale L’Eco del Chisone, ma è anche apprezzato per i suoi articoletti pungenti sul costume e la società. E proprio alcuni di questi interventi ospiteremo sul nostro sito, per non smentire la nostra passione per i guastafeste.

Benvenuto, Aldo.

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Un venerdì come tanti

Riassunti ed estratti delle 400 email trovate in casella questa mattina (una giornata tipo):

Proposte d acquisto viagra e simili – circa 340

Anche nell’ipotesi che pur mi servissero, per quale ragione le dovrei comprare in Uganda, Siberia o Alaska?

Inviti alle presentazioni di libri editi da altri editori – circa 80

Di cui approssimativamente

  • libri dei quali non ho mai sentito parlare e dei quali non sentirò più parlare pubblicati da servizi di autopubblicazione, case editrici fantasma e solite per esordienti a pagamento circa 50
  • libri dei quali avevo sentito parlare perché mi erano passati sulla scrivania ed erano stati rifiutati e che rientrano nell’ambito di pubblicazione di cui al punto precedente circa 25
  • libri pubblicati da case editrici vere, con presentazioni nelle quali l’oggetto dell’invito è un’apericena, un ingurgitacioccolato o una tracannata alcoolica in generale circa 4
  • invito alla presentazione di libro rifiutato e ora pubblicato da Edizioni Semitroviseifortunato & Comunquemihaipagatoperfarlo con commentino sarcastico tipo: «Voi siete una piccola casa editrice semisconosciuta e avete fatto male a rifiutare il mio capolavoro. Le Edizioni S. & C. (di cui sopra) hanno invece organizzato un party con dodicimila invitati allo stadio di Fogliacca di Mezzo in provincia di Paturnia e sono già stato intervistato sul canale 23612 di TettoAltoTV e recensito dal Gazzettino di Pietrabagnata di Sotto»

Comunicazioni di fallimento o chiusura librerie – 2, senza circa

Richieste di partecipazione a fiere del libro organizzate nel prossimo fine settimana in varie località italiane – circa 30

Librerie che chiedono a noi dove trovare un libro pubblicato da qualcun altro – 2

Lamentele per pacchi inviati con il servizio postale e manomessi – 8 (giornata fortunata, si vede che siamo scesi sotto i cento pacchi al giorno)

Manoscritti – appena 5 di cui

  • una storia erotica
  • una raccolta di poesia
  • una proposta di poema
  • una proposta di saggio senza curriculum. senza riferimenti per la risposta salvo l’email, senza sinossi e senza neppure spiegazione dell’argomento trattato
  • una proposta di romanzo senza sinossi e con l’invito a rispondere entro 24 ore
  • in ogni caso nessuno che abbia salutato

Varie non classificabili –  tutto il resto

Lettori che scrivono dicendo che hanno apprezzato un libro della casa editrice – incredibilmente 2

Ci sono cose che non hanno prezzo. Per tutto il resto… il cestino.

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Piccoli consigli: il curriculum dello scrittore

Ebbene sì, il vostro capolavoro letterario è giunto a compimento. Vi preparate a inondare a raffica le redazioni delle case editrici di email con relativo allegato e naturalmente insieme all’opera dovrete inviare anche la fatidica sinossi e il vostro curriculum personale.

Della sinossi, questa parolaccia, parleremo in un’altra occasione. Oggi ci concentriamo sul curriculum. Altro non è che quella breve, anzi brevissima, presentazione dell’autore che dovrà comparire nella quarta di copertina, in genere in basso, poco sopra il prezzo e il codice isbn.

Vediamo qualche esempio?

Questo è un esempio di come non dovrebbe essere scritta la presentazione dell’autore di un romanzo. Naturalmente, è un esempio di come usualmente, invece, viene fatta e trasmessa…

Mariuccio Codipopo è nato il 31 febbraio 1925 a Frezza di Mezzo, frazione di Pietra Tozza. Sposato due volte, con quattro figli e due cognati, ha lavorato come trapanatore di buchi nell’acqua in una fabbrica per tutta la vita. Il suo sogno però era scrivere un romanzo e finalmente c’é riuscito dopo la pensione. Ne è nato questo capolavoro dal titolo “Avevo la dentiera ma l’ho persa”. Prima del romanzo aveva scritto dodici poemi in cinese approssimativo dedicati al suo cane.

Naturalmente si scherza. Proviamo però a riscrivere con un poì di creatività il medesimo curriculum…

Mariuccio Codipopo (1925), una vita avventurosa dedicata a mestieri impossibili e una passione per la scrittura ironica, coltivata nel riserbo per decenni. “Avevo la dentiera ma l’ho persa” è la sua opera prima, e, facendo gli scongiuri, l’autore spera non postuma.

Primo risultato: il curriculum sta in quattro righe, secondo, sembra che Mariuccio in fondo sia un personaggio interessante e che quindi valga la pena di leggere il suo libro.

Rifacciamo lo stesso gioco con l’autore di un saggio

Pippetto Altotacco, docente universitario, è titolare della cattedra di decolorazione delle castagne grosse presso l’Università di Pratoinnevato, dove ha entusiasmato i suoi studenti. Ha insegnato inoltre “Tecniche applicate della rimozione delle protuberanze marcescenti” presso il Master di Medicina selvaggia di Ukala in Polinesia. Ha pubblicato il saggio “I lamellibranchi in California, allignano?” e l’opera in tre volumi “Teoria e pratica della produzione di strumenti per la nettatura del foro anale”. In questo libro affronta riassume le sue competenze sui molluschi e sull’igiene.

Proviamo a riscriverlo? Vediamo un po’

Pippetto Altotacco insegna smarronamento all’Università. Esperto internazionale di brufoli, ha pubblicato saggi specialistici sulle cozze e sulla carta igienica. In questo libro spiega come pulire il sedere alle arselle.

Neh che è una cosa più comprensibile?

Un altro esempio scherzoso per un ipotetico autore di “Teoria della seduzione con biada”

Mario von Ippus, nato nel 1235 a Siena, di professione cavallo, ha
pubblicato saggi di scienza sull’addestramento dei fantini e corsi di
canto equino. All’attività di esperto saltatore di ostacoli affianca
una passione per le giumente, che ha trasposto in questo nuovo saggio

Se volete provarci ridendo, vedrete che la prossima volta che invierete un manoscritto attirerete l’attenzione più che con una pagina intera di notizie inutili.



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Vetrioli sparsi: il mistero degli editori scomparsi

 

Il mistero degli editori scomparsi


Un articolo noiosissimo,
dove si parla di aritmetica
e neanche un po’ di libri

Il Salone del Libro di Torino, edizione 2010, si è concluso. Un tempo era una fiera, poi si è ristretto, e a dire il vero più che un salone sembra un ripostiglio. Naturalmente, a sentire cosa ne dicono gli organizzatori, anche quest’anno il successo ha superato ogni rosea previsione, i visitatori sono stati centinaia di migliaia e gli espositori sempre un po’ di più rispetto all’anno precedente. Il comunicato ufficiale della vigilia non lasciava spazi a dubbi: «Dal 13 al 17 maggio prossimo, sempre nell’area espositiva del Lingotto, spazio ai libri con oltre 1400 espositori. Settantacinque i nuovi espositori al debutto: 20 con proprio stand, 43 nell’Incubatore e 12 allo spazio Invasioni Mediatiche. Il Salone 2010 vede il ritorno di Mursia dopo cinque anni, di Archetipo libri, Editoriale Olimpia ed Edizioni EL. Sono presenti case editrici e istituzioni di Perù, India, Brasile, Slovacchia, Romania e Albania.»
Oltre 1400 significa più di 1300 e meno di 1500, almeno secondo la mia maestra delle scuole elementari. Per verificare, in fondo, basta andare a consultare l’elenco ufficiale degli espositori sul sito www.salonelibro.it, mettersi a contare e vedere quale risultato viene fuori.
L’elenco, visto che è ufficiale e consultabile in linea, ve lo risparmiamo, ma naturalmente lo abbiamo memorizzato a scanso di variazioni a posteriori. Noi non siamo molto ferrati in aritmetica, lo confessiamo. Comunque fino a mille sappiamo, magari a fatica, contare. In questo caso, a mille non siamo arrivati. Ci siamo fermati esattamente a 973. Tanti sono infatti gli espositori ufficialmente elencati dal Salone del Libro: ma non erano 1400? No, non erano. Peraltro, un visitatore pedante e petulante, mettendosi a contare, non avrebbe trovato 1400 stand. E neppure 973.
Intanto, perché tra gli espositori compaiono anche coloro che entrano a fare parte di uno stand collettivo. Se dieci editori minuscoli si raggruppano in una delle tante altrettanto minuscole associazione indipendenti di editori, lo stand, piccolo piccolo peraltro, è uno solo, ma gli espositori diventano dieci.
Il visitatori pedante e petulante, diranno all’ufficio stampa del Salone, sta sottilizzando troppo. In fondo, con un libro esposto o diecimila, editori sono ed espositori restano.
Sicuri? Proprio sicuri? Oltre alle addizioni, sappiamo anche fare le sottrazioni. La prima, necessaria, riguarda i “doppi espositori”. Niente di grave, beninteso: puri errori veniali o, talvolta, diversificazioni contabili. Se il Sole 24 ore espone in due stand diversi vale due espositori. Giusto? Giusto, però per il visitatore becero è pur sempre un editore solo.
Di doppie ragioni sociali ne abbiamo contate e verificate sedici.
Ora, però, viene la nota dolente. Parliamo di espositori o di editori? Gli editori sono quelli che pubblicano libri ed espongono libri. Gli altri sono, nell’ordine di importanza: Ministeri, Regioni, Guardia di Finanza, Polizia, Aziende di promozione turistica, Pro Loco, venditori di penne, magliette, tipografi, associazioni di categoria, sindacati, venditori di hamburger. Tutte attività degnissime, ma che con la produzione di libri hanno poco a che fare. E dire che il biglietto di ingresso riporta la scritta “Salone del Libro”, mica “Sagra del panino” o “Festa delle Forze Armate”. In totale, su 957 espositori restanti, sono la bellezza di 235.
Con fatica e con l’aiuto di un pallottoliere, restano, mumble mumble, 722 editori: niente male, in fin dei conti. Poco più della metà di quelli strombazzati dai comunicati stampa del Salone del Libro, ma pur sempre una bella cifra. Magari, ad averlo saputo prima, avremmo potuto chiedere lo sconto all’ingresso: «Scusi, se per vedere gli stand di 1400 editori devo pagare 8 euro, non è che visto che i presenti sono la metà, mi fate lo sconto a 4 euro?»

Salone del Libro 2010

Folle che spintonano al Salone del Libro 2010

Di che lamentarsi? Mursia è tornato ad esporre dopo cinque anni di assenza, finalmente posso trovare gli introvabili titoli di quel tale Mondadori che solo raramente viene distribuito regolarmente nelle grandi catene librarie e che mai potrei sperare di vedere esposto in un autogrill. Avrò la soddisfazione, dopo tutto, di spulciare fra i marchi più prestigiosi della vera editoria di cultura, i nomi storici della produzione letteraria nazionale. Come rinunciare alla possibilità di visionare e toccare dal vivo il catalogo del Gruppo Albatros… di Kimerik… Gruppo Albatros? Kimerik?
Il dubbio mi assale. Ripercorro i corridoi del Lingotto. Ormai i piedi fanno male e la voglia di catalogare il numero degli editori a pagamento, alias editori per autori a proprie spese, alias pagami che ti pubblico, scema insieme alla noia profonda e a un certo senso di nausea. Mi limito a contarne undici in un solo padiglione.
In fondo, perché mi lamento? Ho avuto la possibilità di guardare la produzione di ben 711 editori. Con otto euro, in una qualsiasi libreria, forse avrei potuto vederne esposti duecento. In compenso, avrei in tasca i soldi per acquistare un libro in più.


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Sul Romanzo webzine, ecco il numero di maggio 2010

Sul Romanzo – numero 2 – Maggio 2010

La rivista telematica diretta da Morgan Palmas esce oggi con il nuovo numero.


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Edizioni Marco Valerio S.r.l.
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Telefono 011.812.96.65 | Fax 011.1979.1443
email: info@marcovalerio.com

Parole che amiamo

Dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini, angustie, decisioni e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola. — Valentino Bompiani

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