Uomini di penna, una poesia di Jacques Prévert

Dans cette ville; les gens de plume ou oiseaux rares faisaient leur numéro dans une dentique velière…

Con questo inizio, Jacques Prévert affronta il rapporto con gli intellettuali autoreferenziali.

Il testo, tradotto da Bruno Cagli per Newton Compton, è da trent’anni introvabile (e forse un giorno dovremmo parlare dei fuori catalogo). Ve lo proponiamo, in italiano, se siete interessati.

In questa città, gli uomini di penna o uccelli rari; facevano il loro numero in un’identica voliera.

Press’a poco, era lo stesso numero.

Gli uni scrivevano sugli altri, gli altri scrivevano sugli uni. Ma “in realtà” la maggior parte di loro non scriveva che sotto di sé.

Quando volavano, o facevano finta di volare, con ali gigantesche e grandi Pegassogeni, avveniva sempre negli Alti Spazi dove, pare, soffi lo spirito.

Parlavano molto fra di loro.

Con in capo un grande spegnitoio nero, e un’aureola di luce indicibilmente smorta.

Non parlavano che di sé e di uova: — Che opere avete covato, quest’anno, caro amico?

E via di seguito e sempre in un linguaggio analogo.

Appena s’annunciava una frittata, venivano a porre nel cassetto le loro uova.

Alcuni fra loro avevano dei grandi polsini e non scrivevano che su questi.

I giorni di festa, alla Nuova Uccelleria Francese, gettavano loro talvolta dei chicchi, offrivano loro un bicchierino.

In un grande giardino si incontrava una grande folla di grandi solitari, irriducibili, inseparabili e neogregari.

E la loro aggressiva e ineluttabile solidarietà, poiché ciascuno era per l’altro di un’ineluttabile indispensabilità, dava luogo a profondissimi intrattenimenti musicali dove tutti quegli uccelli rari eseguivano degli a solo, e si sentiva l’unico grido del coro della loro unica voce di testa, che con comune apparente disaccordo cantava il contrario degli uni sulla stessa aria degli altri e la stessa aria degli altri sull stesso contrario degli uni.

Ma, in quella città, c’erano anche degli uccelli poco raccomandabili.

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Pubblicare con noi

Pubblicare con Edizioni Marco Valerio non è facile. Ogni giorno decine di manoscritti non richiesti giungono nella nostra redazione e, per la quasi totalità, finiscono nel grande cesto della raccolta carta.

Hai un saggio nel cassetto? Leggi prima la premessa antipatica agli aspiranti autori della nostra casa editrice.

In ogni caso segnaliamo che non prendiamo in considerazione: romanzi, racconti, poesie, fiabe.

UNA PREMESSA ANTIPATICA PER FARVI MEDITARE

Ogni casa editrice e’ afflitta da decine di manoscritti (o dattiloscritti). Per la maggior parte sono impubblicabili per le seguenti categorie di ragioni:

1 – conoscenza dell’ortografia e della sintassi da parte dell’Autore al di sotto di ogni speranza di revisione

2 – assoluto non interesse dell’opera (in testa i libri di poesie, seguiti dalle autobiografie autocelebrative dello stile ‘la mia vita è un romanzo’

3 – quando l’opera potrebbe anche meritare la pubblicazione, non appena l’editore dice all’Autore “parliamone” ecco scattare la sindrome Dante Alighieri che si traduce in:

  • a – si però mi date cento milioni di anticipo sui diritti d’autore
  • b – sì però mi rifiuto categoricamente di apportare qualsiasi correzione
  • c – sì però mi garantite almeno diecimila copie vendute
  • d – voglio una copertina in oro zecchino con un quadro di Picasso e che apriate una nuova collana tutta per me

4 – l’opera è meritevole, l’Autore sembra sano di mente, ma ecco scattare la sindrome della “revisione infinita”. L’Autore, non appena corregge le bozze, scopre che il capitolo 1, 2, 3 e gli altri dodici seguenti vanno riscritti. Alla seconda tornata di bozze pretende di aggiungere altre ottocento pagine, quindi rivede tutte le note, alla fine blocca tutto perché sta aspettando la prefazione di Umberto Eco (il quale, senza che l’editore ne sapesse nulla, ha ricevuto cento telefonate, duemila lettere e quindici copie delle bozze con il perentorio invito a scrivere la prefazione da parte dell’Autore). Al nome di Umberto Eco potete sostituire quello del Pontefice, di George Bush jr o di altro a vostro piacimento.

Dulcis in fundo, l’Autore pretende ottocento copie in regalo da distribuire a tutti gli amici, togliendo così cento possibili acquirenti (gli altri settecento useranno comunque il libro come materia prima per scaldarsi davanti al camino). Infine telefona due volte al giorno all’editore per avere notizie del suo libro. Naturalmente alla ventesima telefonata, l’editore decide di annullare la pubblicazione o, se il libro è già stato pubblicato, di ritirarlo dal catalogo.

Caso numero 5 (rarissimo)

Viene proposto un testo dignitoso, meglio se un saggio piuttosto che un romanzo. Mai e poi mai un libro di poesie (quelle le potete pubblicare a vostre spese oppure le pubblicheranno i vostri nipoti post mortem nel caso abbiate ricevuto il Nobel).

E’ scritto bene, è interessante e non è la copia di un romanzo già pubblicato (capita otto volte su dieci, credete, anche inconsciamente). Il testo è inoltre fornito su supporto magnetico, magari con un’attenta correzione preliminare. Corredato di liberatoria e disponibilità a fare l’autore (con la a minuscola), lasciando che l’editore faccia il proprio mestiere. L’autore esordiente si accontenta di cinque copie saggio.

Magari la sua sarà un’opera unica, senza seguito. Magari da questa opera prima nascerà un vero Autore, che pubblicherà successivamente altri libri con grande soddisfazione e con grandi Editori.

Se ritenete di appartenere al caso numero 5, qualche probabilità di essere pubblicati, senza necessariamente dover fare ricorso a strani percorsi alternativi, ce l’avete. Magari il vostro libro resterà mesi sulla scrivania dell’editore, ma alla fine vedrà la luce.

In bocca al lupo, e con una preghiera. Se appartenete ai casi 1, 2, 3 e 4, dimenticatevi questo sito. Cestiniamo qualche decina di testi ogni giorno. Se ritenete di appartenere al caso 5, rileggete il vostro libro. Poi rileggetelo ancora. Quando avete finito, rileggetelo ancora una volta. Quindi chiedetevi: “io sarei disposto a spendere diecimila euro per pubblicarlo?”. Ecco, la stessa domanda se la deve porre l’editore. Con la differenza che quel libro neppure l’ha scritto. Se siete sicuri, ma proprio sicuri, che la risposta sia positiva, andate a leggere la pagina di istruzioni relativa alla proposte di pubblicazione, quindi inviate un’email così articolata:

1 – Nome cognome indirizzo telefono titolo di studio, curriculum in dieci righe tassative
2 – Presentazione dell’opera in venti righe tassative

Se la risposta è NO, mettetevi il cuore in pace, e provate con qualcun altro. Se è SI, allora sarete invitati a inviarci l’opera, per la sua valutazione, con dichiarazione allegata di questo tenore (è un esempio):

“Invio la seguente opera di cui dichiaro di essere autore (titolo, genere, caratteristiche) per una valutazione NON IMPEGNATIVA. E’ inteso che avrete il diritto di NON pubblicarla e che nessuna richiesta da parte mia potrà essere a qualsiasi titolo avanzata per la mancata pubblicazione dell’opera inviata.

Non ci impegnamo in alcun modo a garantirvi una risposta. I nostri tempi di eventuale risposta possono essere dell’ordine anche di diversi mesi.

Speriamo di non avere urtato le sensibilità di qualche Autore con la A maiuscola. Se siete autori con la a minuscola, sarete sempre i benvenuti. Ogni editore sogna di incontrare un autore almeno una volta l’anno.

Ah, dimenticavamo una cosa importante: manoscritti, dattiloscritti, floppy disk, cdrom, in ogni caso NON saranno restituiti. NON inviate raccomandate. Usate i pieghi: costano meno e sono ugualmente tracciabili e recuperabili.

Non usate lo strumenti dei “commenti” per inserire le vostre proposte. I commenti sono pubblici. Andate alla pagina della posta privata

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Il romanzo che vorremmo…


Nel precedente articolo abbiamo delineato in modo sommario quali generi di romanzi non siamo interessati a valutare. Non siamo interessati significa, per favore. non spediteli neppure. Almeno non spediteli a noi.

Molte case editrici prediligono generi narrativi specifici. Per scelte commerciali o culturali. Se avete scritto un giallo o un noir, ad esempio, potete tentare di proporlo a Fratelli Frilli di Genova, che ha una collana dedicata. Presso Mursia troverete probabilmente ascolto per romanzi di taglio intimista o erotico. Las Vegas di Torino è sicuramente la casa editrice adatta a prendere in considerazione opere di narrativa indirizzate ad un pubblico di lettori fra i 13 e i 19 anni.

La collana Harmony pubblicata da Mondadori è sicuramente quella adatta per proporre opere sentimentali rivolte ad un pubblico femminile. Senza trascurare un altro grande editore italiano, Sonzogno, che pubblica i capolavori di Liala.

Marco Valerio non pubblica questo tipo di opere. Perché? Potremmo dirvi che abbiamo un progetto culturale diverso o semplicemente che gli editori citati nelle righe soprastanti lo fanno sicuramente meglio.

La mancata canguraQuale romanzo vorremmo ricevere, dunque?

Premesso che Marco Valerio pubblica pochissime opere di narrativa, non più di due o tre l’anno, la collana tascabile I BOXER è chiusa. Questo significa che non sono previste nuove pubblicazioni in questa collana, i cui titoli restano a catalogo ma non saranno affiancati da nuove opere.

L’unica collana di narrativa aperta è I FAGGI, La collana ospita opere classiche di grandi autori e opere contemporanee, con preferenza di scrittori già pubblicati anche se meno noti al pubblico.

I romanzi che prendiamo in considerazione devono avere alcune caratteristiche fondamentali e irrinunciabili:

  • nella storia deve accadere qualcosa
  • devono essere ambientati rigorosamente in un territorio noto all’autore, definito e dettagliato

Nella storia deve accadere qualcosa

Cosa significa? Niente storie intimiste, introspettive, di analisi psicologica. Riceviamo spesso proposte di storie nelle quali “il personaggio svolge un percorso di analisi introspettiva che lo porterà a maturare…”  eccetera eccetera. Il romanzo che siamo disposti a valutare ha un inizio, uno svolgimento, un termine. Riteniamo che i lettori amino sentirsi raccontare storie nelle quali i personaggi affrontano avvenimenti significativi, siano essi straordinari o quotidianamente ordinari, ma tali da giustificare un racconto. Ciascuno dei nostri collaboratori si sveglia al mattino, si lava, esce di casa, va al lavoro, incontra qualcuno e magari si è innamorato una o più volte nel corso della vita. Ciononostante non riteniamo che queste avventure siano in linea di massima interessanti. Talvolta, invece, possono accadere cose fuori dall’ordinario. Un incontro, un avvenimento storico o personale, possono mutare la vita di un personaggio. Creare il romanzo. E su queste storie, purché l’avvenimento non sia un drago fantasy, un’astronave fantascientifica o un truculento delitto noir, ci intratterremo con piacere.

Qualche spunto? Naturalmente. Rigorosamente tratti da libri che abbiamo scelto di pubblicare e naturalmente vi invitiamo a leggere.

La ScampanataAngela, una giovane sposa, il cui marito è stato fatto prigioniero dai tedeschi e condotto in un campo di concentramento in Germania, avverte la solitudine e il desiderio di essere amata da un uomo. Questi sentimenti sono più forti dei dolori provocati dalla Seconda guerra mondiale. Nonostante che la sua coscienza la esorti a non provocare un ingiusto dolore al marito, Angela, spronata dall’amica Caterina, decide di andare con lei ed altre donne a Tombolo, a frequentare i soldati americani.

Dalla presentazione de La Scampanata di Bartolomeo Di Monaco


Il quadro di CheglioIl ritrovamento di una pala d’altare, attribuita al Cerano, offre alla scrittrice il pretesto per ricostruire un giallo d’epoca, intersecando abilmente documenti storici e persino dialoghi tratti da scritti originali, con la fantasia narrativa. Chi ha ucciso l’ufficiale francese le cui sembianze sono state riprodotte nella Decollazione di San Giovanni Battista?

 

Dalla presentazione de Il quadro di Cheglio di Laura Tirelli


La mancata canguraUn’estate incantata, al confine tra l’infanzia e la pubertà, quando ancora la curiosità non travalica i finestrini di un treno che viaggia soltanto per fermate, simboliche. Due mondi vicini per tradizioni e cultura, ma ancora fra loro incapaci di comunicare, verranno a misurarsi reciprocamente attraverso i drammi delle alluvioni, dell’emigrazione e della povertà, ma anche dei valori comuni di solidarietà e responsabilità.

Dalla presentazione de La mancata cangura di Vilma Ramella


La bici di MatteoDa qualche tempo però aveva un pensiero nella testa: ora aveva raggiunto i diciotto anni, lavorava peggio di una bestia e non aveva ancora la bici.
Così una volta che sia lui che suo padre stavano appoggiati al manico della zappa per asciu-garsi il sudore tirò la pietra.
“Tutti i miei amici hanno la bicicletta – disse piano – adesso è ora che anch’io cominci a portarmi alle feste e sono troppo grande per farmi menare dagli amici sul tubo: che figura ci faccio davanti alle figlie?”

Da La bici di Matteo, di Aldo Rosa

 

Bacchetta in levareOra è il momento di far parlare la musica. Salgo con un balzo sul podio. Si fa strada il silenzio.
Osservo l’orchestra.Sono tutti schierati. Un mio cenno col viso. Ebbene sì, siamo pronti: così paiono dirmi. Bene, ci siamo. Finalmente.Dispiego verso di loro la mano sinistra e la bacchetta stretta tra il pollice, l’indice e il medio della destra.
Pronti gli archetti sui violini, viole, violoncelli e contrabbassi: un rumore sottile e dolce. Si comincia.

Un passaggio di Bacchetta in levare, di Achille Maccapani

Il romanzo deve essere ambientato rigorosamente



Scrivete sempre e soltanto di luoghi

che conoscete direttamente

e approfonditamente.

Siete cresciuti in Rhodesia come Wilbur Smith? Potete stare certi che le vostre descrizioni della savana saranno più credibili e appassionanti di quelle che ne potrebbe dare un turista.

Il sole caldo di Agrigento vi ha scaldato il sangue prima ancora che nasceste? Quando evocherete le case di Vigata i lettori sentiranno sulla nuca il calore opprimente che Andrea Camilleri sa insinuare fra le righe delle avventure di Montalbano.

Il vostro cuore pulsa al ritmo lento delle vigne nelle Langhe? Allora la vostra prosa avrà il ritmo vinoso di Cesare Pavese.

In questa redazione, non lo nascondiamo affatto, amiamo follemente il variopinto mondo californiano di John Steinbeck, le camminate partigiane di Italo Calvino, i paesaggi rurali di Alfredo Panzini, la coralità di Leone Tolstoi.

Possono bastarvi questi suggerimenti per capire qual è il romanzo che vorremmo?

Leggete, se lo ritenete, quanto scritto ne Il romanzo che non vogliamo




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Il romanzo che non vogliamo…

Il libro di Morgan Palmas

Il libro di Morgan Palmas

Ogni casa editrice è sommersa di manoscritti. Fatto normale, in fondo, visto che chi scrive desidera pubblicare il proprio lavoro. Di consigli agli aspiranti scrittori che desiderano pubblicare con la nostra casa editrice ne abbiamo dispensati già molti. Non è il caso di ripeterli, ma semmai di riassumerli: sì alla saggistica, ni alla narrativa, no alla poesia.

Per la saggistica, ribadiamo il concetto fondamentale: cercate di capire cosa può interessare alla casa editrice che contattate. Inutile proporre manuali di informatica a un editore che predilige la filosofia o testi lontani dell’orientamento culturale che risulta evidente dalle pubblicazioni già prodotte in precedenza. Acquistare qualche libro di quell’editore e leggerlo non fa certo male. Anzitutto perché leggere ci arricchisce e nello specifico ci permette di comprendere meglio se vale la pena di proporre un proprio lavoro.

Inutile dire che se per voi leggere è una fatica ben difficilmente potrete pensare che la vostra opera di scrittori sia considerata all’altezza dai redattori che dovranno esaminarla.

Per quanto riguarda la poesia, lo abbiamo già detto. No. No. Ancora no. E non ci rispondete per favore che Marco Valerio Edizioni produce anche poesia con il marchio Torino Poesia. Andate sul sito di Torino Poesia e affrontate là la selezione. La redazione di Marco Valerio non ha alcun potere decisionale sulla redazione di Torino Poesia.

Questa volta ci soffermiamo invece sulla voce NARRATIVA e in particolare sul ROMANZO

Tanto per capirci, la voce romanzo esclude già dal novero dei manoscritti che potete proporre a questa casa editrice tutto ciò che romanzo non é:

  • fiabe
  • raccolte di racconti
  • biografie e autobiografie romanzate

Cosa intendiamo per romanzo? Wikipedia ci dà una prima definizione:

Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.

La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanzroman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè “parlare in lingua romanza“, vale a dire in lingua di derivazione latina.

I primi testi ad essere chiamati “romanzi” appartengono alla letteratura francese delle origini che ancora non si distingue del tutto da quella delle altre nazioni europee che hanno in comune la stessa eredità linguistica e cioè il latino.

Il romanzo si distingue dalla novellaracconto per la lunghezza e pertanto anche dalla maggiore complessità, cioè tempi più lunghi, vicende ed ambienti più elaborati, maggior numero di personaggi. Esistono comunque romanzi brevi, così come esistono racconti lunghi.

Il romanzo, a seconda delle caratteristiche distintive che si rilevano al suo interno, può essere classificato all’interno di svariati generi e, talvolta, sottogeneri o filoni.

Potrà così essere definito, e già dei colori dovreste capire quali proprio non proporci:

  • Romanzo di avventura quando le azioni e le vicende prevalgono sopra ogni altro aspetto del contenuto.
  • Romanzo picaresco in cui l’eroe di bassa estrazione si fa strada in un mondo ostile.
  • Romanzo psicologico-intimistico quando emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.
  • Romanzo a sfondo sociale se si tratteggia la vita dei ceti sociali economicamente svantaggiati o si denunciano situazioni di sopruso e pregiudizio.
  • Romanzo di ambiente e di costume se si descrivono comportamenti di gruppi sociali e di individui che li rappresentano.
  • Romanzo storico se la vicenda si svolge in un periodo storico ben definito e importante per lo svolgimento dei fatti.
  • Romanzo comico-umoristico quando è condotto con un taglio che sottolinea lo stravolgimento delle situazioni normali e muove il riso.
  • Romanzo giallo (o detective story) se la trama si fonda sulla dinamica delitto-investigazione e suoi ruoli di vittima-assassino-investigatore.
  • Romanzo fantastico (o fantasy) se la trama prevede l’interazione con mondi o caratteri che vanno oltre il reale, spesso fondati in una dimensione a-storica e mitica.
  • Romanzo gotico, se l’ambientazione è generalmente situata in epoca medioevale e i personaggi sono cupi e tormentati, vittime di un destino oscuro che li sovrasta e ne determina la tragica fine o il triste fallimento.
  • Romanzo di fantascienza, quando la storia è ambientata in un futuro più o meno prossimo, in cui viene proiettato nella società l’impatto di innovazioni scientifiche e tecnologiche.
  • Romanzo dell’orrore (o horror) se la storia narra di eventi sovrannaturali che coinvolgono i personaggi in eventi e situazioni angoscianti e terribili, volte a creare paura nel lettore.
  • Romanzo di fantapolitica se il tema è l’ipotetica organizzazione di uno stato o le conseguenze di ideologie, con una trasposizione in chiave fantastica, oppure proiettando elementi storici in un ipotetico futuro, o ancora descrivendo una storia alternativa a quella conosciuta (ucronia).
  • Romanzo di spionaggio (spy-story) quando dominano sulla scena i conflitti tra agenti segreti di servizi di vari paesi (spesso CIA e KGBdurante la guerra fredda).
  • Romanzo rosa se è orientato al sentimentalismo.
  • Romanzo storico sentimentale quando le vicende sentimentali e romantiche dei personaggi sono collocate in un rigoroso e preciso quadro storico e di costume.
  • Romanzo nero (o noir) se è orientato alla violenza.
  • Romanzo epistolare quando le vicende dei personaggi sono trasmesse con l’espediente del carteggio epistolare.
  • Romanzo in forma di diario quando le vicende dei personaggi sono trasmesse con l’espediente del diario.
  • Romanzo didattico, quando il romanzo è un pretesto per impartire insegnamenti.
  • Romanzo di formazione, quando l’attenzione è rivolta alla evoluzione del personaggio verso la maturità e l’età adulta.
  • Romanzo filosofico quando il romanzo è un pretesto per trasmettere dei concetti filosofici.
  • Romanzo d’appendice, così chiamato perché pubblicato una volta “in appendice”, a puntate, sui quotidiani e che dovendo sollecitare la curiosità del lettore fino al numero successivo, presenta una trama ricca di colpi di scena e di episodi ad effetto.
  • Romanzo fiume se affronta, all’interno dello stesso testo, storie lunghissime di intere famiglie o gruppi sociali.
  • Romanzo ciclico se appartiene a un gruppo di romanzi diversi, ciascuno a sé stante, ma legato agli altri dall’ambiente e dai personaggi.
  • Romanzo feuilleton, in origine romanzo pubblicato a puntate su di un quotidiano, spesso basato su forti sentimenti, casi sfortunati e intricate vicende.
  • Nouveau Roman, grosso modo tra gli anni cinquanta e settanta del Novecento.
  • Romanzo d’analisi che mette in mostra tutte le sfaccettature del sentimento e le pulsioni dell’inconscio.
  • Romanzo naturalista e verista, una descrizione oggettiva e quasi fotografica della realtà.
  • Romanzo thriller, caratterizzato da una forte tensione e colpi di scena, può manifestare contemporaneamente peculiarità proprie a più generi quali: azione, giallo, intrigo spy-story e fantapolitica.
  • Iperromanzo, quando l’obiettivo è superare i normali limiti del romanzo, ad esempio realizzando la contemporaneità delle azioni, oppure fornendo al lettore la possibilità di effettuare delle scelte.
  • Romanzo ipertestuale, romanzo realizzato tramite ipertesto o comunque non vincolando la lettura alla sequenzialità delle pagine.
  • Graphic novel, romanzo a fumetti.
  • Metaromanzo

Come vedete, sono molte le righe rosse in questo elenco. Bene, se la vostra opera rientra in una classificazione che abbiamo evidenziato in rosso, spiacenti, lasciate stare.

Leggete a questo punto quanto scritto ne Il romanzo che vorremmo


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Consigli d’autore per aspiranti scrittori

George Orwell, Politics and the English Language, 1946.

1. Non usate mai una metafora, una similitudine o un modo di dire che non siete abituati a vedere stampato.

2. Non usate mai una parola lunga quando potete usarne una corta.

3. Se è possibile eliminare una parola eliminatela sempre.

4. Non usate mai la forma passiva quando potete usare quella attiva.

5. Non usate mai frasi straniere, né parole scientifiche o di gergo quando potete pensare ad un equivalente usuale nella lingua in cui scrivete.

6. Trasgredite anche tutte cinque le regole precedenti, piuttosto che scrivere qualcosa di assolutamente barbaro.

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Grammatica di base per aspiranti scrittori – Deissi


Cosa sono i deittici? Beh, tutte le espressioni o gli elementi della lingua che concorrono a indicare con precisione un determinato oggetto. Ovvero? In genere si tratta di pronomi dimostrativi (questoquello) e avverbi di tempo e luogo (quiieri).

Oltre queste specifiche forme di deissi esistono poi espressioni nel cui contesto alcuni termini assumono la connotazione di deittici: dritto, avanti, indietro, a sinistra e a destra sono gli esempi più comuni di deissi spaziale “contestuale“, utilizzata come tale generalmente nella prima persona.

Se dico a qualcuno “andiamo a sinistra” indico chiaramente uno spazio le cui coordinate sono note solo a noi parlanti, quindi ho una deissicontestuale; nel caso in cui io dica “Il personaggio andò a sinistra”, non avendo nessuna attinenza con me che enuncio l’uso non è deittico.

Le deissi pertanto hanno l’essenziale funzione di chiarire le informazioni, renderle meno ambigue e determinare con la massima precisione i riferimenti spazio-temporali del testo. In tutto ciò si nasconde tuttavia una trappola evidente.

Fondamentale quindi è il loro utilizzo nei testi tecnici, nei saggi, negli articoli giornalistici. Non altrettanto invece nella narrativa. Mentre un racconto o romanzo riesce a funzionare piuttosto bene anche nell’assenza quasi totale di deissi, difficilmente potrà funzionare bene quando ne ha in eccesso.

Ricorrerò ad un esempio creato appositamente dallo scrittore Filippo Di Paola per Liblog (colgo l’occasione per ringraziarlo); nel primo caso un testo scarno ma efficace, nel secondo un testo ridondante:

Si alzò, con le sue lunghe gambe, e afferrò un piccolo vaso dal tavolo vicino al nostro. Me lo mise praticamente in mano, e si risistemò sulla panca.
– Non ci vedo niente di strano –
Il vaso era usato come segnaposto, ed era abbellito con piccoli steli contorti che una volta reggevano fiori vivaci, ma che porgevano ormai solo spenti bottoncini gialli e viola adorni di petali ripiegati. Lo spinsi, allontanandolo dal mio piatto. Avevo avuto l’impressione che quei fiori si potessero sbriciolare dentro la mia colazione.


violets

Image by Vilseskogen via Flickr

Si alzò, con quelle sue lunghe gambe che avevo ammirato e bramato fin dalla comune frequentazione universitaria, e afferrò un piccolo vaso dal tavolo vicino al nostro. Me lo mise praticamente in mano, e si risistemò sulla panca. Lo tenevo davanti a me come una reliquia, girandolo a destra e sinistra, in alto e in basso, scoprendo il fondo che recava solo la scritta di produzione.
– Non ci vedo niente di strano –
Quel vaso era usato come segnaposto, rigato qui da una striscia nera che evidenziava il bordo e lì da un piccolo numero, ed era abbellito con piccoli steli contorti che una volta reggevano fiori vivaci, ma che porgevano ormai solo spenti bottoncini gialli e viola adorni di petali ripiegati. Lo spinsi a sinistra, allontanandolo dal mio piatto. Avevo avuto l’impressione che quei fiori si potessero sbriciolare dentro la mia colazione.


Va da sé che solo per uno stralcio può andar bene il secondo tipo di prosa, ma un intero libro risulterebbe in poche pagine tedioso e pesante alla lettura. Buono quindi soltanto se utilizzato consapevolmente e coerentemente al proprio soggetto o pubblico.


Fonte originale dell’articolo: Liblog

Rilasciato su licenza Creative Commons

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Grammatica di base per aspiranti scrittori – La D eufonica


Io amo molto la d eufonica, ovvero la d aggiunta ad una congiunzione o preposizione che incontri una vocale nella parola seguente. Trovo sappia dare armonia a frasi di dubbia sonorità e, se ben utilizzata, risolvere molte cacofonie.Se ben utilizzata, però.

Ci sono distinte teorie sul suo uso, una che propende per la semplificazione e una che tende a preservare la funzione primigenia.

La prima postula che si debba introdurre la d solo nel caso in cui siano in contatto due identiche vocali: e con e, a con a, et similia. Ne consegue che secondo questa teoria sia migliore “e anche” rispetto alla forma più conosciuta “ed anche”.

La seconda teoria si basa proprio sul motivo per cui la d eufonica nasce: evitare di pronunciare frasi cacofoniche. Per cui ogni volta che leggendo ci troviamo davanti ad una sonorità dubbia (a una o ad una?) il criterio per l’inserimento della d è la sua utilità nel rendere la frase più gradevole.

Nonostante l’Accademia della Crusca consigli il primo modo, da sempre io propendo per il secondo: la d eufonica non dovrebbe avere regole restrittive ma essere applicata ogni qualvolta si renda necessaria, onde permettere alle proposizioni di scorrere in modo piacevole.

Ovviamente l’orrore fonetico può essere causato anche da un eccesso di D eufonica, che non andrebbe mai usata in caso di ripetizioni di sillabe: “ed educazione”, “od odio”, “ad adempiere” sono sequenze insopportabili.

Resta come unico criterio di discernimento quindi, come spesso accade, il buonsenso, o se preferite il buongusto. E l’utile trucco di leggere ad alta voce il passaggio incriminato, per capire come possa suonare meglio.



Fonte originale dell’articolo: Liblog

Rilasciato su licenza Creative Commons

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Grammatica di base per aspiranti scrittori – parole dubbie


Entrambe succube: due parole che mi hanno perseguitata a lungo durante l’adolescenza. Avevo grosse difficoltà a ricordare se fossero invariabili o meno. E anche oggi ho dei momenti di dubbio in cui devo sforzarmi di ricordare la regola per farne un uso corretto.

Questo promemoria è quindi più per me che per voi, anche se suppongo di non essere la sola in Italia a soffrire di questa amnesia selettiva (benché del tutto involontaria).

Entrambe è un aggettivo/pronome numerativo per due (del tipo “ambo”, “ambedue”); pertanto, come per ogni altro aggettivo, prevede una forma maschile “entrambi”, usata quando i due oggetti a cui si riferisce siano  di genere maschile o anche uno di genere maschile e uno femminile (es. Giuseppe e Carla non mangiano carne: entrambi sono vegetariani”), e una forma femminile “entrambe”, da utilizzare se il sostantivo cui si applica è di genere femminile (es. “entrambe le volte”) o nel caso in cui si considerino due oggetti diversi, ma ambedue di genere femminile (es. Daria e Carla non mangiano carne: entrambe sono vegetariane).

Succube è abbastanza diffuso nella forma invariabile, dovuta ad un influsso francese; eppure, risalendo brevemente alla sua etimologia si scopre che è un aggettivo derivato dal latino. Per cui, a rigor di logica, dovrebbe seguire il genere del sostantivo cui fa riferimento: succuba e succubo.
In questo però la norma non è rigida, accettando la forma invariabile perché più diffusa, quindi più vicina al sentire comune.

Infine un lemma per cui la “perplessità” è legittima: esiste in italiano il verbo perplimere? La risposta, per quanto possa essere enigmatica, è ancora no.

Corrado Guzzanti

Image via Wikipedia

L’origine è davvero recente: merito di una interpretazione di Corrado Guzzanti, che nello “storpiare” la lingua cercando un effetto comico ha creato una parola in grado di colmare una lacuna del nostro idioma. Infatti perplesso, che viene percepito come participio passato, non ha in italiano un verbo di riferimento.

Ancora no significa solo che la parola verrà ammessa nei dizionari se i linguisti riterranno, alla loro prossima revisione, che sia entrata a far parte in modo non effimero del vocabolario italiano.

Confermando, in tutti i casi, che l’italiano sia una lingua soggetta a modifiche, quindi viva.

 



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Grammatica di base per aspiranti scrittori – La punteggiatura


Esiste un libro, Virgole per caso, che ha per argomento proprio l’uso della punteggiatura sbagliata. Scritto da Truss Lynne, una giornalista stufa, come me, di leggere, anche presso i suoi colleghi, errori continui. Vediamo cosa dicono gli amici dell’Accademia della Crusca, sempre loro, sulla punteggiatura.

Il punto si usa per indicare una pausa forte che indichi un cambio di argomento o l’aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va a capo. Il punto è impiegato anche alla fine delle abbreviazioni (ing., dott.) ed eventualmente al centro di parole contratte (f.lli, gent.mo), ricordando che in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri).

La virgola indica una pausa breve ed è il segno più versatile, «può agire all’interno della proposizione, ma anche travalicarne i confini e diventare elemento di organizzazione del periodo nella sua funzione di cesura fra le diverse proposizioni»
Si usa, o almeno si può usare, la virgola: negli elenchi di nomi o aggettivi, negli incisi (si può omettere, ma se si decide di usarla va sia prima sia dopo l’inciso); dopo un’apposizione o un vocativo e anche prima di quest’ultimo se non è in apertura di frase (Roma, la capitale d’Italia. Non correre, Marco, che cadi). Nel periodo si usa per coordinare frasi senza congiunzione (es: studiavo poco, non seguivo le lezioni, stavo sempre a spasso, insomma ero davvero svogliato), per separare dalla principale frasi coordinate introdotte da anzi, ma, però, tuttavia e diverse subordinate (relative esplicative, temporali, concessive, ipotetiche, non le completive e le interrogative indirette). Le frasi relative cambiano valore (e senso) a seconda che siano separate o meno con una virgola dalla reggente: gli uomini che credevano in lui lo seguirono è diverso da gli uomini, che credevano in lui, lo seguirono.
La virgola NON si usa mai: tra soggetto e verbo (se non nei casi sopra indicati); tra verbo e complemento oggetto; tra il verbo essere e l’aggettivo o il nome che lo accompagni nel predicato nominale; tra un nome e il suo aggettivo.

Il punto e virgola segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso dipende dalla scelta stilistica personale. Serve a indicare un’interruzione formale ma non nei contenuti.

due punti avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. Serianni riconosce quattro funzioni dei due punti: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco.

Il punto interrogativo si usa nelle interrogative dirette, segnala pausa lunga e intonazione.
Il punto esclamativo è impiegato dopo le interiezioni e alla fine di frasi che esprimono stupore, meraviglia o sorpresa; segnala una pausa lunga e intonazione.

punti esclamativo e interrogativo possono essere usati insieme, soprattutto in testi costruiti su un registro brillante, nei fumetti o nella pubblicità.

puntini di sospensione sono sempre tre e si usano per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto. I puntini fra parentesi quadre indicano l’omissione di lettere, parole o frasi di un testo riportato.

Il trattino può essere di due tipi: lungo si usa al posto delle virgolette dopo i due punti per introdurre un discorso diretto o, in alternativa a virgole e parentesi tonde, si può usare in un inciso; breve serve invece a segnalare un legame tra parole o parti di parole e compare infatti per segnalare che una parola si spezza per andare a capo, per una relazione tra due termini (il legame A-B), per unire una coppia di aggettivi (un trattato politico-commerciale), di sostantivi (la legge-truffa), di nomi propri (l’asse Roma-Berlino), con prefissi o prefissoidi, se sono composti occasionali (per cui il fronte anti-globalizzazione ma l’antifascismo) e infine in parole composte (moto-raduno, socio-linguistica) in cui tendono a prevalere, però, le grafie unite.

La punteggiatura non va spaziata rispetto al testo che la precede, ma solo dal testo che la segue. Fanno eccezione le parentesi, il cui esterno rispetta questa regola, mentre l’interno non spazia mai (così).

 


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Grammatica di base per aspiranti scrittori – gli accenti

Ormai con i vari programmi, openoffice, word e simili, gli errori ortografici puri si sono ridotti drasticamente, per fortuna. Ma i programmi sono pur sempre programmi, ed hanno un bel correggere gli strafalcioni, gli autori sanno inventare sempre qualcosa di nuovo. Prontuario dei tasti dolenti, con l’aiuto dell’Accademia della Crusca:

NON si apostrofa qual è. Mai.

Ci sono dei motivi per cui esistono accenti di due tipi ed apostrofi, vediamo un po’ che uso farne: richiedono l’accento acuto sulla e finale:affinché, benché, cosicché, finché, giacché, né, nonché, perché, poiché, purché, sé (come pronome: “Tizio pensa solo a sé”), sicché, ventitré e tutti i composti di tre (trentatré, quarantatré, centotré, ecc.); infine, le terze persone singolari del passato remoto di verbi come battere, potere, ripetere, ecc.: batté, poté, ripeté, ecc.
In tutti gli altri casi, l’accento sulla e finale è grave. Ricordate, in particolare, di segnarlo sulla terza persona del presente indicativo del verbo essere: è, su tè e su caffè.

Mettere l’accento o meno in alcuni casi non è facile. Bisogna ricordare che l’accento NON si mette sui monosillabi (che orrore leggere: Non ci stà). Quindi non hanno MAI l’accento va (terza persona di andare), fa, sta, qui, qua.

dà (verbo dare): Mi dà fastidio -  da (preposizione): Vengo da Bari
dì (il giorno): La sera del dì di festa -  di (preposizione): È amico di Marco
è (verbo essere): È stanca -  (congiunzione): coltelli e forchette
là (avverbio di luogo): vai là -  la (articolo o pronome): La pizza, la mangi?
lì (avverbio di luogo): Rimani lì - li (pronome): Non li vedo
né (congiunzione negativa): Né carne né pesce - ne (avverbio o pronome): Me ne vado; te ne importa?
sé (pronome): Chi fa da sé fa per tre - se (congiunzione): Se torni, avvisami
sì (affermazione): Sì, mi piace - si (pronome): Marzia non si sopporta
tè (la bevanda): Una tazza di tè -  te (pronome): Dico a te!

Per gli apostrofi, questi indicano elisione: caso celeberrimo è il va’ pensiero (elisione da vai pensiero, quindi corretto). Seguono questa regola po’ (poco), fa’ (solo quando indica seconda persona – fai).

E per gli amanti del web, che spessissimo usano l’apocope (non è una parolaccia, ora vedrete), ecco grafie corrette, in neretto, ed in corsivo gli Orrori più usuali:

Beh be’ - bhe, bhé
Mah mha
Ehm hem, em



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Grammatica di base per aspiranti scrittori – Doppia i


Come si forma il plurale delle parole che terminano in -io? Sembrerebbe facile, ma in realtà così non è. La lingua italiana è più complessa di quanto non possa apparire e questo è uno dei casi più controversi.

Esistono almeno (e sottolineo almeno) due tipi di plurale per i lemmi in -io, distinguibili in base alla posizione dell’accento tonico. Nel caso in cui l’accento cada sulla i di -io, la o si trasforma in una seconda i (ad esempio rìo – rìi). Se invece l’accento si trova all’interno della parola, verrà semplicemente eliminata la o terminale (ad esempio maglio magli).

Allora perché di tanto in tanto si trova una doppia i per formare il plurale di termini in -io? La -ii (meno di frequente l’accento circonflesso) è una forma utilizzata per eliminare ambiguità del testo, per distinguere nei casi in cui la parola possa essere scambiata per un altro plurale (omicidio omicida dovrebbero portare ambedue al plurale omicidi).

Fortunatamente, però, è un uso che sta diventando obsoleto, per due motivi fondamentali: in alcuni casi si opta per evidenziare l’accento (prìncipi princìpi), ma in generale basta esaminare il contesto; se dico “Gli omicidi saranno presto catturati dalla polizia” ci sono pochi dubbi sul sostantivo che sto utilizzando.

Consigliabile, quindi, evitare la forma della doppia i, che conferisce al testo un sapore arcaico.



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Grammatica di base per aspiranti scrittori – Gli

Gli è una delle sillabe italiane che più si presta agli errori: sia come articolo sia come pronome ha usi formali e colloquiali divergenti e i principi che ne regolano l’uso sono sconosciuti ai più.

Partiamo dall’articolo: viene utilizzato davanti alle parole di genere maschile e numero plurale, che iniziano con una vocale, con s seguita da consonante, con i gruppi gn, ps, pn, x e z e, per eccezione, davanti a dei (plurale di dio). Nella lingua letteraria si apostrofa davanti alle parole inizianti in i, anche se è una grafia piuttosto obsoleta.

Discorso più complesso è quello che riguarda gli come pronome, che ha usi distinti nell’italiano standard (formale) ed in quello neostandard (lingua d’uso). Ha il valore di a lui, a esso, e si trova in posizione enclitica (unito alla fine della parola) o proclitica (prima della parola): digli, gli parli. Spesso accade di trovarlo al posto del complemento errato, invece che a sostituire il complemento di termine; è frequente sentir dire chiamagli al cellulare, ma chiamare regge il complemento oggetto (chiamare qualcuno), quindi bisognerebbe dire chiamalo al cellulare.

Il suo uso al posto del plurale comincia ad essere largamente accettato, come testimonia l’Accademia della Crusca:

Gli per loro è attestato nei dizionari più recenti, come il GRADIT, “Grande Dizionario Italiano dell’Uso” di Tullio de Mauro (2000, UTET), che nella definizione di gli scrive: “2 gli [...] colloquiale, specialmente nella lingua parlata compare in alternativa a loro, a loro, a essi, a esse: quando me lo chiederanno, gli risponderò” [cioè risponderò (a) loro]. Il DISC; “Dizionario Italiano Sabatini Coletti” (1997, Giunti) scrive: “[…] come pl. gli (come esito del dativo latino plurale illis) è assai freq. in quanto forma più chiaramente atona (e quindi proclitica o enclitica) rispetto a loro […]”. Dunque, a parte la ragione etimologica a tale uso (loro invece deriva dal genitivo plurale illorum), esiste una giustificazione “pratica”, dovuta al fatto che per le altre persone esiste la possibilità di scegliere tra pronome enclitico e proclitico: mi dice / dice a me; ti dice / dice a te; gli dice / dice a lui; ci dice / dice a noi; vi dice / dice a voi; per la terza persona plurale questa possibilità non esiste: dice (a) loro e non *(a) loro dice: il pronome “mancante” viene, nell’uso, sostituito da gli. Tale forma è stata usata anche dal Manzoni: “Là non era altro che una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d’età e di sesso, che stava a vedere. All’intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi e di dar luogo, rispondevano con un lungo e cupo mormorio; nessuno si muoveva”. (Promessi Sposi, XIII).

In ultimo moltissimi utilizzano gli al posto di le, come invariante quindi; questo è da considerare tuttora un errore grave, benché ci siano esempi anche letterari che ne attestino la diffusione.

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Tanti a scrivere, pochi a leggere

Nascosto fra le colline di Valentano, in provincia di Viterbo, prospera e si diverte un editore del tutto anomalo del panorama italiano. Felice Scipioni. Personaggio speciale, polemico, grintoso, capace di inventarsi una fiera fuori dalla fiera, di scandalizzare i benpensanti e insieme di pubblicare vere e proprie chicche culturali.

D’essere speciale, Felice Scipioni non si può dire non ne sia cosciente. Ecco come presenta se stesso:

Un caso unico nel panorama editoriale italiano.

A destra, Felice Scipioni

A destra, Felice Scipioni

Un piccolissimo editore privo di strutture, senza dipendenti, promozione e distribuzione, che stampa 10/15 novità all’anno e che vende un minimo di 10.000 copie per ogni titolo. Il tutto con finalità ludiche.

La piccola casa editrice SCIPIONI con sede in un casolare di campagna nei pressi del lago di Bolsena, priva di strutture redazionali e distributive, curata unicamente dal titolare Felice Scipioni, è impegnata nel proporre LA LETTURA COME GODIMENTO. La promozione e la diffusione delle 12/15 novità annue (oltre alle ristampe e nuove edizioni) avviene soprattutto attraverso luoghi alternativi quali bar, trattorie, ristoranti, alberghi, barberie… E’ una editoria ludica, completamente indipendente ma esente da passività economiche, che non chiede e non vuole sovvenzioni dagli Autori e neanche dagli Enti pubblici. Un caso unico tra migliaia di editori italiani.



Di Marco Valerio, Scipioni dice «l’opposto di Scipioni, ma non per questo meno importante» e noi naturalmente lo ringraziamo. E tuttavia ci interessa vedere come anche un editore opposto condivida gli stessi problemi nel reperire testi e nel rapporto con gli autori.

Scipioni pare avere le idee decisamente chiare. Almeno per quanto riguarda il mondo degli scrittori:

Lo scrittore esordiente ha il diritto di inviare agli editori le sue opere?
L’editore
ha il dovere di leggere i testi?
L’editore è tenuto comunque a dare una risposta al milione di aspiranti scrittori?
L’editoria a pagamento è prassi moralmente riprovevole?
Il piacere di leggere perché non gratifica quanto il piacere di scrivere?
E’ più terapeutico leggere o scrivere?

Queste le domande che rivolge ai lettori e agli aspiranti autori dalla home page del suo sito e dal forum di discussione collegato (che peraltro funziona un po’ a singhiozzo, tanto da spingere un visitatore a chiedergli ironicamente se il suo webmaster sia l’uomo di Cromagnon per quanto esso sia primitivo) e queste sono le parole con cui tratta il fenomeno degli APS (autori a proprie spese):

GLI SCRITTORI ESORDIENTI: UNA PIAGA SOCIALE
Il maggior desiderio dell’uomo? Per Freud fu l’eros e per Adler il potere. Un attento osservatore dei nostri giorni invece sostiene che in fondo al cuore di ogni essere umano campeggia impellente e prioritario il bisogno di essere “riconosciuto”, di essere notato e tramandato.
Ma non pensate al Foscolo, alle “grandi opere” eseguite in vita e meritevoli di perpetuare la nostra memoria ai posteri. Più modestamente l’uomo contemporaneo italiano, dall’insegnante all’industriale, dall’impiegato al fattorino, sogna un libro da pubblicare con un editore. Anche se in cuor suo pensa di arricchirsi, l’ aspirante scrittore è disposto a pagare in banconote il parto della propria mente. (E questo spiega perché in Italia ci siano oltre cinquemila editori)
Pur sapendo che i libri non si vendono e non si leggono, una folta schiera di esordienti, ogni giorno – almeno quaranta – dà alle stampe, in proprio o con un editore a pagamento, il distillato di sogni accarezzati e vezzeggiati: poesie, racconti, romanzi, autobiografie romanzate….
Azzardatevi a insospettire questi “geni” ipotizzando che i loro libri, una volta stampati, potrebbero finire tra le rotative di qualche cartiera: vi farete dei nemici a vita.
Molti di questi novelli Pasternak non hanno letto per intero un libro dal tempo del “sussidiario” nelle scuole elementari. E se vi permettete di consigliar loro la lettura di un libro, prima vi guardano di soppiatto e poi abbozzano un sorriso di autosufficienza frammisto a commiserazione. Non insistete. Sarebbe più facile tirar fuori un ragno dal buco.

Merita leggere l’intero intervento e dare un’occhiata al relativo forum, anche se perde pezzi di testo qua e là. Se ne volete discutere, potete arlo qua. Se invece avete dei testi da proporgli, ecco la lista dei call for papers. Inutile dire che, come nel caso di Marco Valerio, la lista resta aperta da anni e ben poche le risposte che riceve.

I CALL FOR PAPERS DI SCIPIONI EDITORE

Molti sono gli aspiranti scrittori che m’inviano romanzi, racconti e poesie per la pubblicazione. Speranze vane, perché anche se volessi stamparli non saprei poi come diffondere i loro libri. Perché non mi occupo di narrativa. Quello che so fare è solo la metà di un libro costituito dal titolo, sottotitolo, IV° di copertina. L’involucro esterno di un mini-saggio all’insegna del curioso, dello stravagante e bizzarro. Per l’altra metà cerco lo scrittore capace di usare il gergo giornalistico, brillante, parsimonioso nelle coordinate e negli aggettivi; che sia devoto della leggerezza; che ammanti ogni parola di ironia e bonomia; che sappia far propria quell’ordinanza del secoli dei lumi che imponeva agli addetti alla comunicazione di scrivere in modo “breve, clariter atque ornate” (senza esagerare con quest’ultimo avverbio).

Imperativo categorico: non annoiare . Cominci lo scrittore a divertirsi con il cervello per stanare quel lettore che non c’è. Con il suo libro in mano io andrò a scovarlo nei luoghi apparentemente meno deputati: bar, trattorie, stazioni di servizio, edicole delle stazioni ferroviarie e, a volte, anche in libreria. Di sicuro l’autore non dovrà pagare per la pubblicazione del libro. Ogni convincimento ideologico ha libera cittadinanza, ma non si cerchi di far proseliti. Per i catechismi e i manuali ci sono le chiese e le scuole.
Questo che segue è un elenco disordinato e frammentario di argomenti per
possibili libri di 100/140 pagine, al prezzo di copertina non superiore a 3/4 euro.
Aspetto suggerimenti e proposte nuove. Chi più ne ha più ne metta. Fatte salve le premesse.

  1. Elogio della rotondità (Perdersi in un oceano è meglio che affogare in un bicchiere)
  2. Fankulo (Storia dell’insulto contemporaneo – da Churchil a D’Alema, da Fortebraccio a Sabina Guzzanti)
  3. Librivendoli ( Personaggi , macchiette e figuri che hanno vivacizzato il mercato librario nella seconda metà del XX° secolo in Italia – lavoro quasi ultimato-)
  4. Amanti celebri (di ieri)
  5. Amanti celebri (di oggi)
  6. Elogio del disordine
  7. Elogio del Diavolo
  8. Elogio della castità
  9. Elogio del gioco d’azzardo
  10. Il comunitarismo dei primi cristiani (comunismo ante litteram?)
  11. La filosofia degli etruschi (un popolo che la sapeva lunga)
  12. Il piacere sessuale nella storia
  13. Elogio della disobbedienza (Antigone…)
  14. Ladri di libri (storie sconosciute di cleptomani sui generis)
  15. Orazioni funebri (in occasione di morti illustri)
  16. La fisiognomica (ritratti di contemporanei importanti e descritti secondo le indicazioni di Lavater)
  17. Indovinelli erotici
  18. Come tradire e farsi perdonare
  19. Aforismi sulle donne
  20. Storia dello spionaggio (i celebri spioni)
  21. Sulla stupidità umana
  22. Lettere d’amore (raccolta antologica di autori di ogni tempo e paese)
  23. Il libro di filosofia (una carrellata suggestiva sulla storia del pensiero, presentato per temi)
  24. Il libro dell’arte (come comprenderla, come leggere un quadro …)
  25. Il libro del teatro
  26. Il libro dei romanzi
  27. Platone/Aristotele
  28. Socrate/Cristo
  29. Cristo/Budda
  30. Corano e Vangelo
  31. Suicidi celebri
  32. Storia dell’infanticidio (vedi l’archivio di alcuni comuni della Maremma))
  33. Storia dello specchio
  34. L’arte di stupirsi
  35. Filibustieri celebri
  36. Arringhe celebri
  37. Storia dei voltagabbana (le evoluzioni, i cambiamenti di casacca dei nostri politici e uomini di cultura)
  38. Scritte funerarie (le lapidi dei cimiteri)
  39. Epitaffi burleschi
  40. Il meglio del giornalismo del ’900
  41. Mussolini giornalista
  42. I convertiti dell’ultima ora
  43. Storia della moneta
  44. L’anticlericalismo risorgimentale
  45. Sentenze (della magistratura) ridicole o paradossali
  46. I politici politicanti
  47. Cibo e tavola nella narrativa
  48. Elogio del dolore
  49. Stroncature (personaggi noti e apprezzati demitizzati)
  50. Gli intellettuali editori (Calvino Ferrari, Bassani, Einaudi, Sereni, Calasso… Longanesi…)
  51. Storia del plagio letterario
  52. Il banditismo nella Roma antica
  53. La scuola del Duce (la scuola al tempo del fascismo – lavoro già avviato))
  54. L’altra metà della Rivoluzione (le donne nella Riv.francese)
  55. Uomini di coccio (la fragilità degli uomini celebri, come il Manzoni… Napoleone, Wagner..)
  56. Le più belle espressioni d’amore della letteratura
  57. La fortuna di essere brutti
  58. Figaro ride (risate dal barbiere…aneddoti e barzellette sui barbieri)
  59. Storia dell’avvocatura
  60. Storia del giubileo
  61. Storia del calendario
  62. L’arte di curarsi con il pensiero (i vantaggi della meditazione)
  63. La donna nei proverbi
  64. Attenti al gorilla ( La magistratura italiana al setaccio. I vagabondi che nessuno ha smascherato)
  65. Elogio dell’ospitalità
  66. Aforismi, motti e sentenze latine (in ordine alfabetico , con le spiegazioni sull’origine e sul perché – lavoro già avviato)
  67. L’arte di godere (Orazio)
  68. Elogio dei Barbari
  69. Elogio dei vecchi
  70. Elogio della reverenza
  71. Elogio dell’accattonaggio
  72. Manuale dell’avaro
  73. I manifesti del futurismo
  74. Elogio dello stress
  75. Chiesa e Salvezza (Chiesa cattolica e Regno di Dio)
  76. Sesso e politica (fottere o comandare?)
  77. Morti cavalcando (le vittime di eros)
  78. Il comunismo delle prime comunità cristiane (Didachè e Lettera a Teogneto, ma questo titolo lo abbiamo già pubblicato noi da anni)
  79. I grandi miti (le storie che hanno dato vita al mondo)
  80. Viva le donne – vizi virtù follie dell’altra metà del cielo (la presentazione di alcune donne eccezionali corredata da un loro scritto memorabile)
  81. Elogio della carne (intesa come lussuria)
  82. Storia del preservativo
  83. Dio non c’è (memorie del parroco francese Jean Meslier per i suoi parrocchiani)
  84. Parlami d’amore (le più belle canzoni d’amore degli anni ’40/50)
  85. Andrò a vederla un dì (i canti in onore della Vergine Maria – lavoro già avviato)
  86. Dieci motivi per non pagare le tasse
  87. Leopardi (il poeta del cuore -. come convertire alla poesia chi ne è estraneo )
  88. I fannulloni della Pubblica Amministrazione (prima, durante e dopo Brunetta)
  89. Elogio del Sillabo (Pio IX)
  90. La corruzione aiuta a vivere.
  91. Elogio delle “Crociate”
  92. Della dissimulazione onesta (questo lo abbiamo già pubblicato noi)
  93. Abbasso gli integerrimi (vedi Robespierre…)
  94. La propaganda del Duce (lavoro già avviato)
  95. Scrivere per sopravvivere (è quello a cui aspirano un milione di scrittori in pectore. Si scrive per non morire, non per dialogare)
  96. Don Lorenzo Milani, eretico e santo.




N.B. Gli interessati a scrivere saggi sugli argomenti di cui sopra, possono contattare Felice Scipioni al 333/7007898 oppure Maddalena Bevitori al 338/1243213. e-mail: fescip@tin.it


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L’aspirante scrittore – 5. Leggere e meditare

Noi arriviamo naturalmente un po’ in ritardo; come noto, non siamo uomini di cultura nel senso alto del termine, bensì puri operai della carta inchiostrata, droghieri della legatoria, fattorini della cultura. In compenso, siamo, come si dice qui in Piemonte, “di bocca buona”, capaci di leggere e spulciare anche in territori lontani dai nostri orientamenti e persino cavarne spunti.

Stiamo parlando di Wu Ming Foundation e del saggio “Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro”, diffuso ormai da settimane in Rete, sulla New Italian Epic, liberamente scaricabile in formato pdf.

Solitude Il dibattito si articola sul sito Carmilla on line e colà vi rimandiamo per seguire tutti gli interventi. Magari anche con una capatina sul sito di J. P. Rossano, per seguire un altro filone di discussione.

Interventi francamente un po’ pippaioli, come sempre accade quando gli scrittori vengono invitati a parlare in pubblico anziché, come noi di gran lunga preferiremmo, chiusi a chiave in una cantina umida, con la fioca illuminazione di una lampada a petrolio e il riflesso azzurrognolo del video, intenti a scrivere storie pubblicabili in cambio di un tozzo di pane secco e una brocca d’acqua di pozzo.

Scrive Wu Ming 1 nella presentazione del saggio:

Sotto questo nome-ombrello ho raggruppato, in base a letture comparate, molti libri usciti in Italia negli ultimi 10-15 anni. Si tratta di una produzione molto eterogenea ma, intersecando vari insiemi e sotto-insiemi, si possono individuare diverse caratteristiche condivise. Tutte insieme puntano a un profondo denominatore comune, che sta nella natura dell’allegoria. 
Cosa possono mai avere in comune Gomorra e Romanzo criminaleQ e Dies iraeMaruzza Musumeci e Sappiano le mie parole di sangueCibo e L’ottava vibrazioneCristiani di Allah e Noi saremo tutto…? 

ed ecco alcuni passaggi che, tolte le pippe di contorno, occorre invece rimasticare:


Nelle lettere italiane sta accadendo qualcosa. Parlo del convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi scrittori, molti dei quali sono in viaggio almeno dai primi anni Novanta. In genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri reami, e a volte producono “oggetti narrativi non-identificati”.

Chi sono questi scrittori, da dove vengono?

Alcuni, come  Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Massimo Carlotto hanno lavorato sul poliziesco in modo tutto sommato “tradizionale”, per poi sorprendere con romanzi storici “mutanti” (La presa di Macallè, L’ottava vibrazione, Cristiani di Allah). E una continua oscillazione tra le polarità del thriller, del picaresco e dell’epopea storica ha caratterizzato anche il lavoro narrativo di Pino Cacucci (Tina, Puerto Escondido, In ogni caso nessun rimorso, Oltretorrente).

Altri, come Giuseppe Genna e Giancarlo De Cataldo, hanno masticato il crime novel con in testa l’epica antica e cavalleresca, per poi – rispettivamente – affrontare narrazioni maestose e indefinibili (Dies irae, Hitler) ed estinguere la spy-story in un esperimento di prosa poetica (Nelle mani giuste).

Nel mentre, Evangelisti ibridava in modo selvaggio i generi “acquisiti” della paraletteratura, al contempo producendo un ciclo epico che non distingue tra fiaba soprannaturale, romanzo storico e analisi delle origini del capitalismo.

Ancora: Helena Janeczek, Marco Philopat, Roberto Saviano e Babsi Jones hanno prodotto “oggetti narrativi non-identificati”, libri che sono indifferentemente narrativa, saggistica e altro: prosa poetica che è giornalismo che è memoriale che è romanzo. Libri come Lezioni di tenebra, Cibo, I viaggi di Mel, Gomorra e Sappiano le mie parole di sangue. Andrebbero letti uno dopo l’altro, non importa in che ordine, per sentire i riverberi che giustificano il raggruppamento. La definizione nasconde un gioco di parole, anzi, un acrostico: le iniziali di “Unidentified Narrative Object” formano la parola “UNO”; ciascuno di questi oggetti è uno, irriducibile a categorie pre-esistenti. Non si trascina forse da due anni il dibattito di lana caprina sullo statuto di Gomorra? Romanzo o reportage? Narrativa o giornalismo? Poi accade che proprio due giornalisti, Alessandro Zaccuri e Giovanni Maria Bellu, scrivano romanzi in cui si “documentano” vite alternative di Giacomo Leopardi (Il signor Figlio) e Juan Perón (L’uomo che volle essere Perón). 


(…)

L’uso dell’aggettivo “epico”, in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il “teatro epico” del Novecento o con la denotazione di “oggettività” che il termine ha assunto in certa teoria letteraria.

Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questi libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi.

(…)
Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose…

Qui ci fermiamo, con l’ampio stralcio di citazione. Voi scrittori, naturalmente, vi sciropperete tutto d’un fiato le ottanta pagine di “Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro”, sbrodolamenti compresi.

Noi operai della carta inchiostrata ci limitiamo alla trippa: queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose… 

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Lo stile di uno scrittore

Bartolomeo di Monaco, nostro autore di saggistica e narrativa, da tempo ha aperto un proprio blog. E in questo piccolo salotto letterario interviene su temi cari anche a noi. Ad esempio, lo stile. Vi riportiamo quindi un suo intervento, invitandovi a leggerlo nella sua interezza dalla fonte originale, dove troverete anche i commenti.



Mi piacerebbe confrontarmi con questo tema. Parlo dello stile di uno scrittore, ovviamente, anche se alcune delle cose che dirò potrebbero attagliarsi allo stile di vita, che ognuno dovrebbe avere, e forse ha, in modo inconsapevole. Intanto occorre dire che quando si parla di stile nella scrittura, ci si riferisce a qualcosa che è innato, così come innato è il carattere di una persona. Un po’ come la calligrafia. E ciò che è innato ce lo portiamo dietro per sempre come nucleo centrale e principale della nostra evoluzione.

Si può migliorare? Credo proprio di sì. E allora, mi permetto di indicare una strada, partendo da questa constatazione: sia quando parliamo, sia quando scriviamo, noi saremo sicuramente compresi da chi ci ascolta o da chi ci legge, se useremo un linguaggio semplice. A mano a mano che il nostro linguaggio si fa più complesso, noi, in realtà, operiamo una selezione in chi ci ascolta e in chi ci legge. Se questo è vero, torniamo allo scrittore. Non vi è dubbio che egli – come ogni artista, del resto – desidera essere letto e compreso dal maggior numero di lettori possibile. Dunque, la strada non può che essere quella della scelta di un linguaggio semplice, che significa la scelta di parole semplici e la scelta di una sintassi semplice.

Se guardiamo alla letteratura passata, abbiamo la conferma di opere che si sono tramandate grazie al rispetto di questa regola elementare. Ciò vale per la prosa, ma anche per la poesia. Ovviamente, la semplicità non significa banalità: anzi, la scrittura semplice è quasi sempre un traguardo per ogni scrittore, e la si consegue dopo una lunga esperienza; essa è frutto di una fatica e di una intelligenza che eccedono la norma. Come ci si arriva? La lettura dei classici è un passaggio indispensabile. Attraverso di essa, si scoprono le difficoltà incontrate dall’autore del libro che si sta leggendo e le soluzioni stilistiche e di linguaggio scelte. Chiunque ami scrivere deve avere un percorso di letture che accompagni il suo cammino. Scrivere e leggere i maestri della letteratura procedono di pari passo.


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