Si deve fare innanzitutto una considerazione di carattere generale. Si tratta nel giro di poco tempo di un altro libro che ha per protagonisti i bambini, visti non più attraverso la trasparenza e la vivacità dei loro giochi, bensì nella sofferenza e nella delusione che il nostro tempo ha voluto caricare su di essi. Sono scrittori giovani, questi autori (cito, a mo' di esempio, i nomi di Baldini, Lucarelli, Vinci), immersi nel vivere quotidiano, che hanno colto il male oscuro dei nostri giorni, avvertendone il pericolo. Hanno tutti un punto in comune: che una tale sofferenza ha la sua matrice in noi, i grandi, confusi, storditi, distratti da un progresso che non è temerario definire selvaggio. Un veleno, anzi, che trasforma tutto in cattiveria, egoismo, violenza, cupidigia. Ci chiamano a prenderne coscienza e a rimediare: finché si è in tempo.
Se questo romanzo del 1837, uno dei sei scritti da Andersen (1805 – 1875), è tornato in Italia, dopo tanti anni dalla sua prima ed unica uscita, avvenuta da noi nel 1879, lo si deve all’insistenza con la quale il traduttore e curatore Lucio Angelini ha difeso presso l’editore la validità ancora oggi di un testo come questo, scritto da quell’Andersen che ormai deve la sua fama mondiale esclusivamente alla qualità e al successo delle sue fiabe. Corredato da un’ampia serie di note, si avvale anche di una accurata postfazione dello stesso Angelini.
Devo confessare che il nome di Angelo Fiore era per me sconosciuto, fintanto che non mi suggerì la lettura di un suo romanzo Giorgio Bárberi Squarotti, una guida e un maestro: non sarà mai abbastanza la riconoscenza che gli devo. Attilio Forra, il protagonista, è alla ricerca di se stesso. Scontento del suo impiego presso l’Anagrafe, prende una licenza, abbandona l’ufficio e ottiene dal Provveditorato agli Studi una supplenza di undici mesi per insegnare la lingua inglese.
di Gaetano Cappelli
Nell’affrontare la lettura di questo nuovo romanzo di Gaetano Cappelli, uscito nel marzo 2005, non vi nascondo che una delle curiosità più forti che mi hanno preso è stata quella di verificare se l’autore di quell’autentico gioiello letterario che è “Parenti lontani”, pubblicato nel 2000, fosse stato in grado di emulare quel capolavoro, impresa non facile, visto che in quel romanzo non apparivano, naturalmente dal mio punto di vista, margini nemmeno minimi di imperfezione. In questa distanza così piccola, di appena cinque anni, Cappelli ha affrontato anche un periodo assai difficile della sua vita. Ha subito nel 2002 un trapianto di cuore e, se leggiamo quanto scrive nella sezione finale riservata ai ringraziamenti: “Dedico Il primo al mio donatore – ogni tanto gli parlo, come si parla ai propri morti – e ai suoi genitori che hanno pensato alla vita di uno sconosciuto”, non deve essere stato facile per lui ripensare e ricostruire una continuità tra il prima e il dopo.