Edizioni Marco Valerio
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Redattori: 106 Notizie: 175 Link Web: 148 Visitatori: 2186088 |
Commenti Qualche link: [www.vittimeterrorismo.it] [www.forumemoria.com] [criminicomunisti.forumup.it] [www.investireoggi.it] [books.google.it] [www.tifeoweb.it] [pim.blog.lastampa.it] [www.pietromarcenaro.it] [www.lastampa.it] [www.vittimeterrorismo.it] Inserito da marcovalerio, il 04/08/2008 alle 12:01 Inserito da marcovalerio, il 04/08/2008 alle 12:06 Beh, qualche altro link sui personaggi di questa vicenda lo aggiungo io: [portale.fnomceo.it] [kaliyuga.blog.excite.it] Inserito da amdrea, il 04/08/2008 alle 12:12
Il libro non è ancora uscito in libreria ma il deprecabile bisogno di scoop dei giornalisti torinesi ci ha costretto, inopinatamente, ad anticiparlo in anteprima a pochi addetti ai lavori. Il risultato è stato un incendio di polemiche sui quotidiani italiani, dal Corriere della Sera a repubblica, da La Stampa e CronacaQUI. Se siete curiosi, qualche link sugli articoli pubblicati ve lo abbiamo preparato qui sotto: [www.marcovalerio.com] Altri non sono accessibili direttamente dalla Rete. Qualche commento tuttavia si rende necessario. In particolare sulle parole di Silvio Viale, noto medico impegnato a uccidere bambini nel più originale rispetto del giuramento di Ippocrate. Silvio Viale era uno dei militanti di Lotta Continua. Fu assolto dalla responsabilità di quell'incendio e di quella morte atroce perché presentò un alibi secondo il quale non era presente in via Po quel giorno. C'è dignità e dignità. Quella di Stefano della Casa, che ha affrontato con onestà inellettuale il peso del proprio passato, ne ha pagato il debito e legittimamente rivendica il diritto a continuare a vivere e affrontare il futuro senza rinnegare il passato. E quella di Silvio Viale o di Diego Novelli, che dalla colonne di Repubblica accusa l'autore di questo libro di volere fare uno scoop. La verità fa forti gli uomini. Ma come dice un nostro autore napoletano, hai voglia di versare rhum sopra delle feci. Non ne farai mai un babà. Inserito da marcovalerio, il 04/13/2008 alle 12:47
Dove eravamo quel giorno? Un'intera generazione di torinesi quel fatidico primo ottobre era schierata. Da una parte o dall'altra. Ettore Boffano, su Repubblica, ha scritto: 'Potevo esserci anche io. Non mi ricordo neppure perché non ci andai'. Anche io potevo esserci. Non era raro, in quei giorni, lasciare la scuola per andarsi a schierare. Non so neppure io perché quel giorno non ero in corso Francia. Rimasi al Liceo Valsalice. Forse le maglie del controllo dei salesiani si erano paternamente strette per salvare quei ragazzotti di sedici o diciassette anni. Se fossi andato, sarei stato dentro alla sede del Movimento Sociale. Dall'altra parte. Era normale. Andavamo al Circolo Zapata o al Circolo Aurora di Collegno, a bere una birra. Ci scambiavamo Città Futura e il Secolo d'Italia discutendo pomeriggi di politica. Di nascosto naturalmente. Allo stesso modo in cui i più ricchi copiavano sulle musicassette gli LP di Guccini e Bertoli per quelli che, come me, non avevano i soldi per comprarli. E la mattina dopo ci scontravamo in piazza, di fronte all'ITIS di Grugliasco o in qualche altra scuola, suonandocele di santa ragione. Per ritrovarci al pomeriggio a chiederci scusa per i lividi. Se lo ricordarono bene alcuni colleghi giornalisti, alcuni anni dopo, quando iniziai la mia prima collaborazione con la Gazzetta del Popolo. Ero ancora un ragazzino, più giovane di quanto lo fosse Roberto Crescenzio il giorno della sua morte, quando mi convocarono in una stanza della redazione di corso Venezia e mi interrogarono. Come osavo scrivere per la Gazzetta del Popolo? Come osavo pensare di diventare un giornalista, io, che non ero di sinistra? Questa città ha bisogno di ritrovare la sua memoria, di fare i conti con il suo passato. Non è una questione di scoop, con, buona pace di Diego Novelli, la cui memoria sopravvive come le statue di Stalin e come le devastazioni amministrative della sua sciagurata stagione, grazie all'ossequio di chi ancora lo intervista. E' questione di verità. Onore a quanti con quella verità si misurano e fanno i conti, riconoscono le proprie colpe e le proprie responsabilità. Morali, non giudiziarie, perché la giustizia ha fatto il suo corso, con le sue verità, spesso distanti da quelle storiche. Onore a Ettore Boffano, a Stefano della Casa, a quanti hanno detto o diranno 'io c'ero' o avrei potuto esserci. Quanto agli altri, ai giornalisti e ai manager che hanno pregato di non citare il loro passato, i processi subiti, ancora una volta hanno perduto un'occasione. In quella redazione della Gazzetta del Popolo, in quel 'processo', alcuni di loro c'erano. Ci sono ancora oggi, a scrivere sulle colonne di quotidiani. In quei giorni nascondevano le armi dei terroristi. Non ci può essere perdono per chi non sa chiedere perdono. Inserito da Marco Civra, il 04/13/2008 alle 13:17
ANCORA L’ANGELO AZZURRO. UN (BEL) LIBRO DI BRUNO RIAPRE IL CASO DI ROBERTO CRESCENZIO, LO STUDENTE LAVORATORE CHE FU BRICIATO VIVO IN UN BAR DI TORINO. BABABDO CHIAMA IN CAUSA UN EX DI LOTTA CONTINUA CHE OGGI FA IL MANAGER DI MERRYL LINCH ITALIA E SI IMBESTIALISCE: “E’ TUTTO FALSO”. MA LA SMENTITA NON E ’ MOLTO CONVINCENTE…. Inserito da Luca Telese, il 04/13/2008 alle 14:26
La Repubblica Il primo ottobre del 1977, durante un corteo organizzato da Lotta Continuia, nel centro di Torino, venne assaltato il bar dell’Angelo Azzurro di via Po, ritenuto, ma a torto, un ritrovo di neofascisti. Gruppi di manifestanti, tra i quali alcuni che poi sarebbero entrati in Prima Linea e in altre formazioni eversive, incendiarono e distrussero il locale con un fitto lancio di molotov. Roberto Crescenzio, uno studente lavoratore che impaurito da quanto stava succedendo si era rifugiato nel bagno del caffè morì bruciato vivo, dopo due giorni di agonia. Il terribile episodio segnò, in un certo senso, la fine del movimento studentesco e l’inizio dela lunga a tragica stagione del terrorismo. Ora, a distanza di tanto tempo, un libro del giornalista e scrittore Bruno Babando (Non sei tu l’Angelo Azzurro, edito da Uno di questi, oggi, è un manager del mondo bancario e finanziario italiano, Massimo Fortuzzi, ai vertici della Merryl Linch Italia, già amministratore delegato di Anrtonveneta, Abn Ambro e con incarichi di rilievo alla Deutsche Bank e in una società di fondi comuni di investimento. Secondo le dichiarazioni fatte a Babando da un ex militante del 1977, Fortuzzi, all’epoca diciannovenne, avrebbe preso parte all’assalto del primo ottobre: “Sono certo che nel gruppo ci fosse pure Massimo Fortuzzi, uno dei leader ‘barabbini’ (ovvero del circolo del proletariato giovanile Barabba, ndr.) più assidui alle azioni. Oggi è un importante banchiere, ma allora
L’autore di Non sei tu l’Angelo Azzurro, in ogni caso, è convinto delle sue affermazioni, e dice: “Ci sono anche altre testimonianze che non ho utilizzato, che dimostrano come Fortuzzi fosse uno dei più accesi del gruppo che quella mattina si scatenò contro il bar di via Po. Del resto il suo nome compare pure in uno degli interrogatori Inserito da Massimo Novelli, il 04/13/2008 alle 14:27
Lo scrive così a 30 anni di distanza e due processi conclusi: «Numerose testimonianze lo danno presente, quella mattina, al corteo e agli assalti di corso Francia e, almeno un paio, sostengono di ricordarlo anche in via Po». La mattina di cui si parla è il maledetto 1° ottobre del ‘77 quando dopo un duro corteo - in «risposta» all’omicidio fascista di Walter Rossi - si aggira rabbioso per la città e finisce in via Po al bar «Angelo azzurro». Partono le molotov: Roberto Crescenzio, ha 22 anni, sta bevendo un aperitivo. Resta intrappolato dal fuoco, si trasforma in una torcia, muore dopo due giorni. La persona di cui scrive Bruno Babando, insieme a molte altre note, nel libro che sta per uscire - «Non sei tu l’angelo azzurro», Marco Valerio editore - è Massimo Fortuzzi. Allora era un ragazzo del circolo Barabba; adesso ha 50 anni, è Ceo di Merrill Lynch, dopo essere stato ad della Deutsche Asset Management e della Antonveneta Abn Amro. Una carriera nella finanza dopo una laurea in Scienze Politiche alla Cattolica con 110 e lode. Nell’81 è stato assolto da partecipazione a banda armata Prima linea. Babando nel libro cita un anonimo militante del Movimento torinese. La fonte, parlando dei «barabbini», racconta: «....peraltro avevano già preso parte a alcune azioni delle ronde; sono certo che nel gruppo ci fosse pure Massimo Fortuzzi, uno dei barabbini più assidui alle azioni». Non è chiaro se intenda dire che il manager di oggi sia stato quella mattina all’Angelo Azzuro o se semplicemente sia stato, come alcune altre centinaia di giovani, in piazza. Fortuzzi - che in molti a Torino ricordano come «uno riflessivo, non uno che poteva finir male» - è gelido: «Mi spiace ma non ho niente da dire; sono talmente lontano e estraneo a quei tempi. Sono fatti oggetto di indagini e processi. Mi stupisce che si parli di me». Il nome del manager non è mai entrato nella vicenda del rogo. Neppure le sollecite soffiate di Roberto Sandalo lo hanno coinvolto in quel fatto. Quella terribile morte «per caso» - i lanciatori non volevano uccidere e certo l’obiettivo non era Roberto Crescenzio - è rimasta impunita. Nessuno in trent’anni ha mai detto: «Sono stato io». Malgrado la ferita aperta - oltrechè nella città - nel movimento, gli assassini sono ancora anonimi. Forse perché, come dice Silvio Viale, «l’assalto non era organizzato, è accaduto in un attimo e ha avuto un effetto di trascinamento su altri che erano al corteo; ma alla fine non si capiva più chi c’era prima, chi era arrivato dopo». Ma aggiunge: «La dinamica esatta non la conosco; però ci siamo assunti la responsabilità politica per un clima tragico nel quale poteva accadere che dopo un corteo un ragazzo bruciasse vivo». Forse, ipotizza Babando, invece, per una sorta di «omertà» di casta. Inserito da Marina Cassi, il 04/13/2008 alle 14:27
Lettera di Pietro Marcenaro inviata alla Stampa il 5 ottobre 2007 Caro direttore, rientrato da una missione all’estero per la Camera dei Deputati, ho visto solo oggi il bell’articolo di Marina Cassi sul rogo dell’Angelo Azzurro e sulla morte di Roberto Crescenzio, il 1° ottobre di trent’anni fa, pubblicato su La Stampa di domenica 30 settembre. Inserito da Piero Marcenaro, il 04/13/2008 alle 14:35
:: Lettera di Pietro Marcenaro alla Stampa (5 ottobre 2007) Se la storia di una città si potesse costruire per immagini ce ne sono alcune che dovrebbero star lì, per sempre, nel libro della memoria collettiva. Un ragazzo, Roberto Crescenzio, bruciato. Seduto su una sedia di listelli in plastica blu. Guarda in faccia la propria morte. La vede arrivare riflessa negli sguardi terrorizzati, smarriti, increduli, sconvolti, pietosi di chi gli sta intorno. Morirà realmente due giorni più tardi. Ai suoi funerali ci sono 20 mila torinesi in lacrime. Stretti gli uni agli altri, fitti fitti, operai con gli striscioni, studenti con i quaderni, madri impietrite, autorità mute, ferite. Piove, fa freddo. I fiori delle corone si sfaldano sull’asfalto lucido. Tre ragazzine stringono ciascuna un fiore tra le mani. Incredule come solo possono essere i giovani di fronte alle cose che non capiscono. Era il 1° ottobre di trent’anni fa. Torino stava assaggiando i primi morsi della violenza politica: a marzo i terroristi rossi avevano ammazzato il brigadiere Ciotta, a aprile l’avvocato Croce. E c’erano i feriti: il caporeparto e il funzionario Fiat Diotti e Palmieri, il dc Puddu. E a fine settembre, al culmine di una estate contrappuntata di attentati, il ferimento del giornalista de «L’Unità» Ferrero. Inserito da Luca Telese, il 04/13/2008 alle 14:36 |
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