Capire chi siano i propri lettori, o come si preferisce dire oggi con un anglicismo rivelatore, “profilarli”, è sicuramente un’esigenza di ogni casa editrice. Tanto più per un’azienda che pubblica prodotti di nicchia e in ogni caso culturalmente selezionati. Non che sia impresa facile. Certamente non è fattibile “spiare” i lettori che si recano in libreria e non ci è mai balenata per la mente l’ipotesi di intervistarli a campione chiedendo informazioni del tipo:lei è laureato? svolge un’attività professionale? quante libri compra ogni anno? frequenta i cinema d’essay o preferisce i cinepanettoni? L’AIE, ogni anno, svolge una ricerca del genere, tanto per giustificare la propria esistenza e, sulla base dei risultati, gli italiani dovrebbero leggere per lo più libri in lingua originale, preferire i manoscritti in sanscrito, partecipare a spettacoli teatrali recitati in greco antico.
La Rete, e in particolar modo quel mostro a mille teste chiamato Facebook, in qualche modo ci aiutano a comprendere qualcosa di più dei nostri lettori. Comprensione non priva di sorprese. Non rivendichiamo alcuna pretesa di scientificità, non abbiamo assolutamente verificato la rilevanza del campione, né tantomeno disseminato il web di questionari. Abbiamo semplicemente osservato e, forse, supposto.
I lettori forti di oggi non paiono essere intellettuali, almeno non nel senso proprio del termine. Medici, avvocati, ingegneri, specie se pensionati, sono aspiranti scrittori prolifici, seguiti a ruota dai commercialisti. Frequenti, nei curricula allegati ai manoscritti inviati volontariamente alla redazione, queste professioni, o ex professioni, fanno capolino. Eppure quegli stessi aspiranti autori raramente compaiono fra i lettori che ci contattano tramite il sito di ecommerce o che ci raggiungono attraverso i social network.
Chi sono allora i nostri lettori affezionati? Persone che non si spaventano di fronte a titoli come “La grande sintesi della tradizione esoterica“, che proprio un libello leggero non è, o “Alla ricerca dell’inconscio“, che quanto a digeribilità apparente compete con un mammouth congelato per 200 mila anni in Siberia. Le sorprese non mancano. Il pubblico è tendenzialmente sopra i 50 anni di età, ma non pare essere formato da collezionisti di lauree o togati docenti universitari. Pensionati, casalinghe, ma anche cassiere e postini, operai e spazzini (scusate, ma “operatori ecologici” continua a farci rotolare a terra per le risate). Gli “intellettuali”, i giornalisti, gli scrittori, i professori, paiono in qualche modo interessati ad altre attività. Forse a scriversi addosso, certamente poco propensi a leggere al di fuori dello strettissimo ambito professionale.
Alcune risposte a questa stranezza potremmo anche darcele da soli, ma vorremmo magari lasciarle in sospeso e sentire qualche parere, magari “togato”.


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In effetti anch’io penso che i professionisti tendano a letture specialistiche anche per mantenersi aggiornati, tenuto presente l’immenso scibile relativo ad ogni settore, mentre è più facile che lo svago della lettura per il comune lettore venga sollecitato dai media, dalla moda, dalle amicizie, dai passa parola, specie tra i giovani, dal desiderio di vivere esperienze, piuttosto che soggettive, simili a quelle degli altri e quindi più facilmente comunicare. Ci sono poi i “patiti) che hanno assorbito il libro col latte materno e che sono sempre alla ricerca non di informazioni, cultura,esperienze letterarie ma del “bel libro” e gurdano con ambivalenza, passione e diffidenza, i cataloghi, specie su internet, alla ricerca del tesoro da scoprire, questi sono i più difficili, anche perché si considerano ( e lo sono) esperti e vanno a intuizione.
Il mio è naturalmente un punto di vista personalissimo e quindi non fa testo.
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