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CRONACAQUI
TORINO (02/04/2008) - Solo una coincidenza. Stefano Della Casa, detto “Steve”, fondatore di Torino Film Festival, presenta questa sera il documentario girato da Stefano Caselli, figlio del Procuratore Generale, sugli “Anni di Piombo” in città.
Sabato, alle 18, a Palazzo Nuovo, Piero Fassino e Maurizio Laudi, dopo la prolusione del Magnifico Rettore, proporranno, ad una platea che si annuncia vasta, l’ultima fatica editoriale di Bruno Babando: “Non sei tu l’Angelo Azzurro”.
Il primo dei due eventi suscita immediati spunti polemici. È il figlio del maresciallo di polizia Rosario Berardi, assassinato dalle Brigate Rosse il 10 marzo del 1978, a giudicare inopportuna la presenza di Stefano Della Casa. E ricorda il coinvolgimento del critico cinematografico e la sua condanna, per il rogo dell’Angelo Azzurro. La tragedia avvenuta in via Po trent’un anni fa, il 1° ottobre 1977 e riproposta, attraverso una ricostruzione storica, politica e giudiziaria dal libro di Babando. Un giovane di 22 anni, Roberto Crescenzo, morto carbonizzato all’interno di un bar. Altri giovani in corteo, alcuni lanciano le bombe molotov assassine.
Ci saranno due processi. Nel primo, tutti furono assolti, nel secondo, sulla scorta delle confidenze del “pentito” di Prima Linea, Roberto Sandalo, alcuni saranno condannati perchè ritenuti indirettamente responsabili della tragedia. Erano i “duri e puri” del servizio d’ordine di quel che rimaneva di “Lota Continua”, il gruppo extraparlamentare di sinistra che già allora non esisteva più: il capo, Adriano Sofri l’aveva sciolto.
Resistevano solo i gruppi subalpini, riuniti in due circoli: il “Barabba” e il “Cangaceiros”. Dunque, i giovani del “servizio d’ordine” sul banco degli imputati e, tra questi, anche Steve Della Casa, Silvio Viale, oggi esponente radicale, Peter Freeman, già autore di “Blob” e “Ballarò” e Angelo Luparia, detto “Yankee” . Tutti a rispondere alle domande incalzanti dei pm di allora, Maurizio Laudi e Francesco Gianfrotta. «Sono partito da un punto fermo - spiega Babando - quello che gli autori materiali dell’omicidio non sono mai stati scoperti.
Ho ascoltato tutti i protagonisti, i testimoni, vecchi e nuovi. Tra l’altro ho accertato che il povero Crescenzo era un giovane impegnato, anche in politica, ma non era un “contestatore” da corteo». Babando si è spinto molto in là. La sua ricostruzione “giudiziaria” lo ha portato ad individuare precise responsabilità su chi lanciò le molotov che uccisero Crescenzo: «Faccio nomi e cognomi e li ho scritti sul libro - conclude Babando -. Chiamando in causa qualcuno che subì quei processi, ma anche altre persone, mai coinvolte nelle vicende giudiziarie».
Marco Bardesono
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