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Da: “Italia contemporanea”, n. 254, marzo 2009.
Andrea Scartabellati (a cura di), Dalle trincee ai manicomi. Il destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra, Marco Valerio Editore, Torino 2008.
Dopo L’umanità inutile (Angeli, 1999) e Intellettuali nel conflitto (Goliardiche, 2003), Andrea Scartabellati continua ad esplorare il rapporto tra Grande Guerra e nevrosi curando un volume che raccoglie una decina di contributi di docenti e studiosi che compongono un quadro composito e caratterizzato da approcci diversi. Alla luce del paradigma della guerra come “trauma della modernità”, il volume si sofferma sul ruolo della disciplina psichiatrica nel conflitto, sulle modalità di trattamento delle nevrosi belliche e sulla manicomializzazione dei soldati -, circa 20 mila in Italia, 800 mila tra Germania, Inghilterra e Francia - alle prese con profonde lacerazioni interiori indotte dal conflitto. Il saggio di apertura di Bruna Bianchi, che offre un’ampia panoramica sullo stato degli studi e sui nodi problematici affrontati dalla storiografia europea, costituisce la cornice entro la quale si sviluppano gli altri interventi. Uno degli aspetti innovativi del volume è dato dalla volontà di superare le secche dell’alienista-giudice, intento a snidare simulatori e disertori, un dato ormai acquisito dalla storiografia italiana, prediligendo invece l’esplorazione da una parte della figura dell’alienista come intellettuale sensibile alla mobilitazione patriottica e al dibattito scientifico e dall’altra come medico che interagisce quotidianamente con i soldati traumatizzati.
Nel contesto bellico l’alienista assunse un ruolo e una visibilità inedita; se da una parte si assistì ad una vera e propria mobilitazione patriottica della psichiatria italiana, disposta a ripudiare gli assunti culturali, metodologici e scientifici della cultura psichiatrica austro-tedesca, dall’altro gli spazi di autonomia furono piuttosto angusti, in parte perché gli psichiatri considerarono la guerra come un momento per nobilitare una disciplina ancora giovane e dare il proprio contributo alla nazione, e in parte perchè, lungi dall’abbandonare il positivismo lombrosiano e le teorie organiciste, non riuscì a sfruttare l’ampia casistica di traumatizzati per giungere a diagnosi innovative, ad abbracciare le nuove teorie psicanalitiche freudiane o a sviluppare un’azione preventiva nei confronti della malattia mentale con la costituzione di una rete di dispensari. Pressati dagli orientamenti del Comando Supremo, condizionati dal punto di vista teorico, impreparati ad un simile compito e incapaci di trarre significative indicazioni dai campi di battaglia del 1914, gli alienisti italiani ritennero che la guerra non fosse altro che un evento “rivelatore” di degenerazioni e di predisposizioni alla follia, un approccio che non fu privo di conseguenze, non solo sulla ridotta concessione di riforme e di pensioni di guerra (poco meno di 2000), ma anche in una preconcetta considerazione dei pazienti (Scartabellati; Manente; Micklavic; Moraglio). La lettura in chiave biopolitica della disciplina psichiatrica di guerra, permette di mettere in luce come gli alienisti, soprattutto dopo la stretta del 1917, sostennero il tentativo di “sanare” il corpo della nazione mediante un “azione profilattica” che prevedeva un minor numero di riforme e la riammissione nei reparti in linea dei soldati “inadatti”, al fine di ottenere una sorta di rudimentale politica eugenetica, non di rado ammantata di sfumature razziste, con significativi punti di contatto con il discorso politico che si fece largo nel 1917-1918 esaminata da Angelo Ventrone (La seduzione totalitaria 2002).
La seconda parte del volume è dedicata ad una serie di casi di studio, in cui viene analizzata la prassi psichiatrica durante il periodo bellico in alcuni ospedali delle retrovie del fronte: Treviso, Como, Verona, Reggio Emilia, Cremona. Le diverse situazioni manicomiali confermano il carattere di “istituzione totale” delle strutture: più simili a carceri che ad ospedali, i manicomi poco si curavano della riabilitazione, mentre direttori e alienisti si dibattevano tra genuina volontà di comprendere la natura dei traumi e di curarli, ma anche empirismo e diversità degli approcci clinici, incertezza, insipienza e pedante burocratizzazione (Adami; Bettiol, Scartabellati, Puggioni). Sulla timida ricerca di nuovi strumenti di cura, ben presto prevalsero trattamenti tradizionali ed invasivi. L’attenta valorizzazione di cartelle cliniche, lettere censurate dei soldati e le corrispondenze tra alienisti permette di ricostruire non solo i percorsi riabilitativi, il vissuto traumatico dei soldati e l’esperienza dell’internamento ma anche di esplorare - in maniera inedita - il drammatico “ritorno” dei soldati e le difficoltà incontrate dai loro familiari. I saggi mettono in luce come la violenza bellica fu un elemento importante per lo scatenamento delle nevrosi ma lo furono altrettanto gli elementi di spersonalizzazione indotti dal conflitto; se sulla psiche dei soldati agirono preoccupazioni familiari, la disciplina, la mancata integrazione con i compagni, gli ufficiai dimostrarono di soffrire la mortificazione della propria autonomia personale e l’eccessivo carico di responsabilità, elementi che confermano i risultati di studi precedenti e sollecitano nuove indagini sulle relazioni interne alla truppa e alle dinamiche tra soldati ed ufficiali (Bettiol). La ricostruzione dell’opera di una delle prime donne-psichiatra, a Reggio Emilia, Maria del Rio, dimostra inoltre che le nevrosi travalicavano le trincee e le mura degli ospedali, per giungere, dirompenti, in seno alle famiglie, tra le donne, ricoverate perché caddero in stato di depressione e di apatia dopo la morte o il richiamo al fronte o dei propri congiunti (Azzolini). La guerra - avverte il curatore - costituì quindi per la psichiatria italiana una sorta di “occasione mancata” per sviluppare nuove teorie e un discorso disciplinare autonomo, con il duplice effetto di marginalizzare i pazienti e di contribuire ad una sostanziale “sordità” dell’opinione pubblica italiana di fronte ai soldati traumatizzati. Parziale limite di un volume così denso e ricco di spunti e di ulteriori ipotesi di ricerca è costituito dalla mancanza di una introduzione generale e di una griglia interpretativa che guidi il lettore attraverso una tematica così complessa e multiforme.
Matteo Ermacora
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