Non sei tu l’Angelo azzurro.
Una tragedia del Settantasette torinese
L’ultimo successo di Bruno Babando
Torino. 1977. Primo ottobre. Pochi minuti prima di mezzogiorno. Il corteo di Lotta Continua scatena l’assalto all’Angelo Azzurro, un bar del centro. Roberto Crescenzio brucia vivo. Morirà dopo due giorni di agonia.
Dove sono i protagonisti di quelle ore convulse?
Documenti inediti, fotografie uscite dagli archivi, interviste e atti giudiziari ricostruiscono, dopo trent’anni, la tragedia che segna la fine del Movimento studentesco e la nascita del terrorismo.
DAL 5 MAGGIO NELLE LIBRERIE TORINESI
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Presentazione in anteprima nazionale:
Torino, Palazzo delle Facoltà Umanistiche, aula 1, lunerdì 5 maggio 2008, ore 18. Con l’intervento di Piero Fassino
Presentazione al pubblico dei lettori:
Torino, Libreria Feltrinelli, piazza CLN, lunedì 12 maggio 2008, ore 18. Con l’intervento di Ettore Boffano
Il dibattito sta crescendo ora per ora. Sui quotidiani, su Internet, sui gruppi di discussione. E su YouTube, dal quale abbiamo tratto alcuni video.
Intervento di Bruno Babando e Ettore Boffano alla Libreria Feltrinelli CLN di Torino il 12 maggio 2008


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Questo articolo ha 34 risposte al momento
Qualche link:
http://www.vittimeterrorismo.it/memorie/schede/crescenzio.htm
http://www.forumemoria.com/forum/archive.php/o_t__t_315__start_10__index.html
http://criminicomunisti.forumup.it/post-2660-criminicomunisti.html
http://www.investireoggi.it/forum/dopo-l-eta-del-bronzo-quella-del-ferro-vt30294.html?highlight=
http://books.google.it/books?id=EmoPJo6-Y40C&pg=PA577&lpg=PA577&dq=angelo+azzurro+crescenzio&source=web&ots=d_pvrbsKxG&sig=-gQhLS5GM52h9aHqyNDLzRZPzR0&hl=it
http://www.tifeoweb.it/pws/index.php?module=article&view=1575
http://pim.blog.lastampa.it/scrivere_i_risvolti/2007/10/langelo-azzurro.html
http://www.pietromarcenaro.it/index.php?option=com_content&task=view&id=183&Itemid=119
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200710articoli/4633girata.asp
http://www.vittimeterrorismo.it/iniziative/crescenzio.htm
http://www.vittimeterrorismo.it/memorie/foto/crescenzio1.jpg
http://portale.fnomceo.it/Jcmsfnomceo/cmsfile/attach_1023.pdf
http://kaliyuga.blog.excite.it/permalink/200383
Il libro non è ancora uscito in libreria ma il deprecabile bisogno di scoop dei giornalisti torinesi ci ha costretto, inopinatamente, ad anticiparlo in anteprima a pochi addetti ai lavori. Il risultato è stato un incendio di polemiche sui quotidiani italiani, dal Corriere della Sera a repubblica, da La Stampa e CronacaQUI. Se siete curiosi, qualche link sugli articoli pubblicati ve lo abbiamo preparato qui sotto.
Altri non sono accessibili direttamente dalla Rete. Qualche commento tuttavia si rende necessario. In particolare sulle parole di Silvio Viale, noto medico impegnato a uccidere bambini nel più originale rispetto del giuramento di Ippocrate. Silvio Viale era uno dei militanti di Lotta Continua. Fu assolto dalla responsabilità di quell’incendio e di quella morte atroce perché presentò un alibi secondo il quale non era presente in via Po quel giorno. Oggi, però, a distanza di trent’anni, con fare adirato, attesta e decide chi era presente in via Po e chi no. Smentendo il proprio alibi giudiziario senza imbarazzo, forte dell’intervenuta prescrizione. C’è dignità e dignità. Quella di Stefano della Casa, che ha affrontato con onestà inellettuale il peso del proprio passato, ne ha pagato il debito e legittimamente rivendica il diritto a continuare a vivere e affrontare il futuro senza rinnegare il passato. E quella di Silvio Viale o di Diego Novelli, che dalla colonne di Repubblica accusa l’autore di questo libro di volere fare uno scoop. La verità fa forti gli uomini. Ma come dice un nostro autore napoletano, hai voglia di versare rhum sopra delle feci. Non ne farai mai un babà.
Ecco un po’ di rassegna stampa:
http://www.videopiemonte.it/archivio/zoom.php?id=3315&cat=9#
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200804articoli/6501girata.asp
http://torino.cronacaqui.it/news-i-nomi-di-tutti-i-responsabili–del-rogo-dellangelo-azzurro_5125.html
http://www.cuorineri.it/diario/?p=123
http://pim.blog.lastampa.it/scrivere_i_risvolti/2007/10/langelo-azzurro.html
http://ilpizzino.blogspot.com/2008/04/ieri-assassino-oggi-banchiere-il-cursus.html
http://www.rinnovareleistituzioni.it/angelo.html
http://www.chiesaditorino.it/diario/20080501/angelo_azzurro.htm
http://www.oblo.it/articoli/publish/cultura/Non_sei_tu_l_angelo_azzurro_una_verit_scomoda.shtml
Dove eravamo quel giorno? Un’intera generazione di torinesi quel fatidico primo ottobre era schierata. Da una parte o dall’altra. Ettore Boffano, su Repubblica, ha scritto: ‘Potevo esserci anche io. Non mi ricordo neppure perché non ci andai’. Anche io potevo esserci. Non era raro, in quei giorni, lasciare la scuola per andarsi a schierare. Non so neppure io perché quel giorno non ero in corso Francia. Rimasi al Liceo Valsalice. Forse le maglie del controllo dei salesiani si erano paternamente strette per salvare quei ragazzotti di sedici o diciassette anni. Se fossi andato, sarei stato dentro alla sede del Movimento Sociale. Dall’altra parte. Era normale. Andavamo al Circolo Zapata o al Circolo Aurora di Collegno, a bere una birra. Ci scambiavamo Città Futura e il Secolo d’Italia discutendo pomeriggi di politica. Di nascosto naturalmente. Allo stesso modo in cui i più ricchi copiavano sulle musicassette gli LP di Guccini e Bertoli per quelli che, come me, non avevano i soldi per comprarli. E la mattina dopo ci scontravamo in piazza, di fronte all’ITIS di Grugliasco o in qualche altra scuola, suonandocele di santa ragione. Per ritrovarci al pomeriggio a chiederci scusa per i lividi. Se lo ricordarono bene alcuni colleghi giornalisti, alcuni anni dopo, quando iniziai la mia prima collaborazione con la Gazzetta del Popolo. Ero ancora un ragazzino, più giovane di quanto lo fosse Roberto Crescenzio il giorno della sua morte, quando mi convocarono in una stanza della redazione di corso Venezia e mi interrogarono. Come osavo scrivere per la Gazzetta del Popolo? Come osavo pensare di diventare un giornalista, io, che non ero di sinistra? Questa città ha bisogno di ritrovare la sua memoria, di fare i conti con il suo passato. Non è una questione di scoop, con, buona pace di Diego Novelli, la cui memoria sopravvive come le statue di Stalin e come le devastazioni amministrative della sua sciagurata stagione, grazie all’ossequio di chi ancora lo intervista. E’ questione di verità. Onore a quanti con quella verità si misurano e fanno i conti, riconoscono le proprie colpe e le proprie responsabilità. Morali, non giudiziarie, perché la giustizia ha fatto il suo corso, con le sue verità, spesso distanti da quelle storiche. Onore a Ettore Boffano, a Stefano della Casa, a quanti hanno detto o diranno ‘io c’ero’ o avrei potuto esserci. Quanto agli altri, ai giornalisti e ai manager che hanno pregato di non citare il loro passato, i processi subiti, ancora una volta hanno perduto un’occasione. In quella redazione della Gazzetta del Popolo, in quel ‘processo’, alcuni di loro c’erano. Ci sono ancora oggi, a scrivere sulle colonne di quotidiani. In quei giorni nascondevano le armi dei terroristi. Non ci può essere perdono per chi non sa chiedere perdono.
ANCORA L’ANGELO AZZURRO. UN (BEL) LIBRO DI BRUNO RIAPRE IL CASO DI ROBERTO CRESCENZIO, LO STUDENTE LAVORATORE CHE FU BRICIATO VIVO IN UN BAR DI TORINO. BABABDO CHIAMA IN CAUSA UN EX DI LOTTA CONTINUA CHE OGGI FA IL MANAGER DI MERRYL LINCH ITALIA E SI IMBESTIALISCE: “E’ TUTTO FALSO”. MA LA SMENTITA NON E ’ MOLTO CONVINCENTE….
La Repubblica Il primo ottobre del 1977, durante un corteo organizzato da Lotta Continuia, nel centro di Torino, venne assaltato il bar dell’Angelo Azzurro di via Po, ritenuto, ma a torto, un ritrovo di neofascisti. Gruppi di manifestanti, tra i quali alcuni che poi sarebbero entrati in Prima Linea e in altre formazioni eversive, incendiarono e distrussero il locale con un fitto lancio di molotov. Roberto Crescenzio, uno studente lavoratore che impaurito da quanto stava succedendo si era rifugiato nel bagno del caffè morì bruciato vivo, dopo due giorni di agonia. Il terribile episodio segnò, in un certo senso, la fine del movimento studentesco e l’inizio dela lunga a tragica stagione del terrorismo. Ora, a distanza di tanto tempo, un libro del giornalista e scrittore Bruno Babando (Non sei tu l’Angelo Azzurro, edito da Marco Valerio , in uscita tra qualche giorno) riampre quella pagina drammatica di quasi trentun anni fa. Attraverso una minuziosa ricostruzione dell’accaduto, sulla base di nuove testimonianze, e delle carte del processo che si è chiuso con cinque condanne con di poco superiori ai tre anni, l’autore porta alla luce fatti inediti e, soprattutto, persone che avrebbero avuto un ruolo nelle vicende dell’Angelo Azzurro, ma che non erano mai uscite dall’ombra. Uno di questi, oggi, è un manager del mondo bancario e finanziario italiano, Massimo Fortuzzi, ai vertici della Merryl Linch Italia, già amministratore delegato di Anrtonveneta, Abn Ambro e con incarichi di rilievo alla Deutsche Bank e in una società di fondi comuni di investimento. Secondo le dichiarazioni fatte a Babando da un ex militante del 1977, Fortuzzi, all’epoca diciannovenne, avrebbe preso parte all’assalto del primo ottobre: “Sono certo che nel gruppo ci fosse pure Massimo Fortuzzi, uno dei leader ‘barabbini’ (ovvero del circolo del proletariato giovanile Barabba, ndr.) più assidui alle azioni. Oggi è un importante banchiere, ma allora non si tirava indietro”. In un altro passo del volume, quindi si sostiene che “numerose” testimonianze lo danno presente, quella mattina, al corteo e algi assalti di corso Francia (la sede del Msi, ndr.) e, almeno un paio, ricordano di averlo visto pure in via Pio”. La supposta rivelazione è riportata senza indicare il cognome di chi la stava facendo, tuttavia Babando assicura che “se ci dovesse essere bisogno, quest’uomo non avrà nessun timore di uscire allo scoperto”. Fortuzzi, da noi interpellato, smentisce nettamente quanto è stato scritto su di lui: “Ricordo vagamente quella vicenda, p passato tanto tempo. So che ci fu un processo, con delle condanne”., esordisce. E aggiunge: “Non so nemmeno se quel giorno fossi a Torino. A qualche corteo avrò pure partecipato, ma quello che scrive il giornalista è un mare di stupidaggini, tanto che lo perterò in tribunale. Oltretutto la testimonianza nei miei confronti è di un anonimo. Si è voluto sfruttare la mia notoerità, non è altro che una provocazione”. E l’appartenenza al circolo Barabba? “E’ irrilevante”, conclude. L’autore di Non sei tu l’Angelo Azzurro, in ogni caso, è convinto delle sue affermazioni, e dice: “Ci sono anche altre testimonianze che non ho utilizzato, che dimostrano come Fortuzzi fosse uno dei più accesi del gruppo che quella mattina si scatenò contro il bar di via Po. Del resto il suo nome compare pure in uno degli interrogatori di Roberto Sandalo, uno dei capi di Prima Linea che, pentitosi, collaborò con la magistratura”.
Lo scrive così a 30 anni di distanza e due processi conclusi: «Numerose testimonianze lo danno presente, quella mattina, al corteo e agli assalti di corso Francia e, almeno un paio, sostengono di ricordarlo anche in via Po». La mattina di cui si parla è il maledetto 1° ottobre del ‘77 quando dopo un duro corteo – in «risposta» all’omicidio fascista di Walter Rossi – si aggira rabbioso per la città e finisce in via Po al bar «Angelo azzurro». Partono le molotov: Roberto Crescenzio, ha 22 anni, sta bevendo un aperitivo. Resta intrappolato dal fuoco, si trasforma in una torcia, muore dopo due giorni. La persona di cui scrive Bruno Babando, insieme a molte altre note, nel libro che sta per uscire – «Non sei tu l’angelo azzurro», Marco Valerio editore – è Massimo Fortuzzi. Allora era un ragazzo del circolo Barabba; adesso ha 50 anni, è Ceo di Merrill Lynch, dopo essere stato ad della Deutsche Asset Management e della Antonveneta Abn Amro. Una carriera nella finanza dopo una laurea in Scienze Politiche alla Cattolica con 110 e lode. Nell’81 è stato assolto da partecipazione a banda armata Prima linea. Babando nel libro cita un anonimo militante del Movimento torinese. La fonte, parlando dei «barabbini», racconta: «….peraltro avevano già preso parte a alcune azioni delle ronde; sono certo che nel gruppo ci fosse pure Massimo Fortuzzi, uno dei barabbini più assidui alle azioni». Non è chiaro se intenda dire che il manager di oggi sia stato quella mattina all’Angelo Azzuro o se semplicemente sia stato, come alcune altre centinaia di giovani, in piazza. Fortuzzi – che in molti a Torino ricordano come «uno riflessivo, non uno che poteva finir male» – è gelido: «Mi spiace ma non ho niente da dire; sono talmente lontano e estraneo a quei tempi. Sono fatti oggetto di indagini e processi. Mi stupisce che si parli di me». Il nome del manager non è mai entrato nella vicenda del rogo. Neppure le sollecite soffiate di Roberto Sandalo lo hanno coinvolto in quel fatto. Quella terribile morte «per caso» – i lanciatori non volevano uccidere e certo l’obiettivo non era Roberto Crescenzio – è rimasta impunita. Nessuno in trent’anni ha mai detto: «Sono stato io». Malgrado la ferita aperta – oltrechè nella città – nel movimento, gli assassini sono ancora anonimi. Forse perché, come dice Silvio Viale, «l’assalto non era organizzato, è accaduto in un attimo e ha avuto un effetto di trascinamento su altri che erano al corteo; ma alla fine non si capiva più chi c’era prima, chi era arrivato dopo». Ma aggiunge: «La dinamica esatta non la conosco; però ci siamo assunti
Lettera di Pietro Marcenaro inviata alla Stampa il 5 ottobre 2007 Caro direttore, rientrato da una missione all’estero per la Camera dei Deputati, ho visto solo oggi il bell’articolo di Marina Cassi sul rogo dell’Angelo Azzurro e sulla morte di Roberto Crescenzio, il 1° ottobre di trent’anni fa, pubblicato su La Stampa di domenica 30 settembre. Per semplice rispetto della mia biografia devo solo precisare che non ho mai fatto parte né tanto meno sono stato un leader di Lotta Continua. Il mio percorso politico è stato diverso, anche se con Lotta Continua ho sempre avuto un rapporto di discussione oltre che tanti amici, a Torino e fuori. Scrissi quell’articolo su Lotta Continua semplicemente perché mi sembrava il luogo dal quale fosse più possibile raggiungere i giovani ai quali volevo rivolgermi. Con i migliori saluti. Pietro Marcenaro
Lettera di Pietro Marcenaro alla Stampa (5 ottobre 2007) Se la storia di una città si potesse costruire per immagini ce ne sono alcune che dovrebbero star lì, per sempre, nel libro della memoria collettiva. Un ragazzo, Roberto Crescenzio, bruciato. Seduto su una sedia di listelli in plastica blu. Guarda in faccia la propria morte. La vede arrivare riflessa negli sguardi terrorizzati, smarriti, increduli, sconvolti, pietosi di chi gli sta intorno. Morirà realmente due giorni più tardi. Ai suoi funerali ci sono 20 mila torinesi in lacrime. Stretti gli uni agli altri, fitti fitti, operai con gli striscioni, studenti con i quaderni, madri impietrite, autorità mute, ferite. Piove, fa freddo. I fiori delle corone si sfaldano sull’asfalto lucido. Tre ragazzine stringono ciascuna un fiore tra le mani. Incredule come solo possono essere i giovani di fronte alle cose che non capiscono. Era il 1° ottobre di trent’anni fa. Torino stava assaggiando i primi morsi della violenza politica: a marzo i terroristi rossi avevano ammazzato il brigadiere Ciotta, a aprile l’avvocato Croce. E c’erano i feriti: il caporeparto e il funzionario Fiat Diotti e Palmieri, il dc Puddu. E a fine settembre, al culmine di una estate contrappuntata di attentati, il ferimento del giornalista de «L’Unità» Ferrero. Quella terribile mattina di ottobre, un sabato, un corteo neppure troppo grosso, più o meno tre mila ragazzi, torna in piazza: il giorno prima a Roma i fascisti hanno ammazzato Walter Rossi. Il clima è pessimo; i giovani del movimento sono infuriati, addolorati. Sentono Walter Rossi come un morto loro. Cercano vendetta. Non tutti, ovvio. Ma molti vanno in piazza per menare le mani. L’obiettivo è facile, persino banale: la sede del Movimento sociale di corso Francia. Lanci di molotov, poi via, si torna indietro, verso il centro. Verso Palazzo Nuovo, il parallelepipedo delle facoltà umanistiche dove, da anni, tutto finisce in una catartica assemblea. Ma le cose non vanno così. In via Po, all’angolo con via Sant’Ottavio, sotto gli alti portici, al 46, c’è un bar con un bel nome che evoca sguardi languidi, dive d’antan: Angelo Azzurro. Da tempo nel movimento gira voce che sia un bar di «fasci». La leggenda metropolitana si alimenta di voci, gonfia. Si arriva alla certezza: è un covo nero. In realtà nel locale – che ha una piccola discoteca ed è gestito da una coppia di sinistra – aveva festeggiato il compleanno un militante di ultra destra. Ma tanto basta. D’altronde, come racconta con amarezza mai sopita uno dei protagonisti di quella drammatica giornata, «il Sessantotto era il movimento dei primi della classe, il ‘77 degli ultimi». E così dal corteo, ormai stanco e prossimo alla meta, partono le molotov. Il rogo è violento. Irriducibile. Tutti fuggono. Roberto Crescenzio no. E’ nel bagno. Lo fiamme lo avvolgono. Esce da solo. Parla. E’ lucido. Lo rimarrà fino alla morte due giorni più tardi. Ancora al Cto si sforzerà di sorridere ai genitori Giovanni e Elvira: «State tranquilli; prenderò la laurea». E’ al terzo anno di Chimica, lavora, ha una ragazza, Meri. Una vita normale, assolutamente normale. E’ nel bar per caso. Quella morte «per caso» sconvolge la città. In via Po si accumulano i fiori; la gente passa, guarda e piange. I ragazzi della Fgci raccolgono 20 mila firme contro la violenza, il sindacato proclama un quarto d’ora di sciopero durante i funerali. Si può morire bruciati come un monaco vietnamita a 22 anni per caso? La domanda grava sui cuori dei torinesi e finalmente si insinua nel movimento. Pietro Marcenaro ha già 31 anni, era stato un leader di Lotta Continua, ma Lc si è sciolta nel ‘75. Sopravvive il quotidiano e d’impulso Marcenaro scrive per quel giornale un articolo destinato a aprire le menti a un dibattito profondo. Un interrogarsi collettivo che forse ha «salvato» qualche ragazzo dal finire del gorgo della violenza. Marcenaro scrive che la morte di Crescenzio «è pesante come una montagna». E senza dice l’indicibile: «Esiste una responsabilità che riguarda noi, come movimento e come organizzazioni politiche, che deve essere affrontata». La ferita è profonda e sta tutta nelle sue dure parole: «Un movimento che si vuole comunista, che lotta contro il potere per affermare le ragioni della vita, non può, se non vuole decretare la sua fine, vedere un ragazzo bruciato vivo e passare oltre; quasi si trattasse di una cosa in qualche modo normale, di un imprevisto sempre possibile, o peggio di un errore tecnico». E’ un macigno gettato nella stagno del conformismo che aleggia sul movimento, dell’idea che la violenza sia giusta, che stare in piazza con molotov e armi sia rivoluzionario. La sua non resta una voce isolata; a Lotta continua arrivano decine di lettere di militanti. Donatella, ad esempio, lo dice chiaro: «Ho odiato gli assalitori di quel bar più dei fascisti». Un gruppo di madri, operai, studenti scrivono una lettera lapidaria: «Centomila persone in piazza non valgono neppure un pelo di un innocente ucciso». Quel delitto orrendo pesa sulle coscienze, ripugna. Sarà anche per questo, forse, che a trent’anni di distanza ancora non si sa chi abbia materialmente lanciato le molotov che hanno ucciso. Non lo chiariscono anni di indagini, non il processo a un gruppo di militanti accusati di concorso morale, e meno ancora i sentito dire di un pentito, Sandalo, che quel giorno non c’era. E’ così orribile pensare di aver ammazzato con il fuoco «per caso» che nessuno mai – neppure nella ciarliera stagione delle rivendicazioni, delle confessioni, delle giustificazioni individuali o collettive – ha avuto il coraggio di dire: «Sono stato io».
Ricordo molto bene quel corteo, anche se ero piuttosto indietro, lì senza sapere bene che cosa ci stessi a fare. E’ stata una delle cose che hanno segnato la mia vita (peccato che avevo la stessa età di Crescenzo, la mia é continuata e la sua é finita lì). Sono curioso di leggere il libro, anche se, sinceramente mi pare tristemente inutile cercare più a fondo i colpevoli “materiali” di quella morte: fu un errore tragico (legalmente penso si possa parlare di omicidio preterintenzionale), ed assolutamente collettivo: da un punto di vista etico non c’é troppa differenza, secondo me, fra chi arrivò in piazza quel giorno con le molotov e le pistole e chi se ne accorse e ci rimase perché non ebbe il coraggio di rendersi conto fino in fondo che la stagione del Movimento era finita e non se ne andò a casa. Lo avessimo fatto forse le cose sarebbero andate diversamente. In sostanza, direi che fu la risultante di tutti gli spaventosi luoghi comuni del tempo: i “fascisti pagati dai padroni e spacciatori di eroina”, Walter Rossi (parce sepulto!) presentato come una vittima inerme ed innocente (il vittimismo del Movimento di cui così bene ha parlato Tassinari in questa sede)ecc. Ricordo una ragazzina che piangeva dopo averlo visto, le fiamme alte fino al secondo piano della casa… l’incredulità di tutti, come ci fossimo resi conto che il nostro non era o non era più un gioco.
Credo che non volessero uccidere, quindi degli incoscienti, come si fa a pensare che qualcuno non rimanesse intrappolato dentro? Chi dava gli ordini non ci ha pensato? Interessante è la presenza di Silvio Viale sul campo, non so in quale ruolo, ma egli continua a volere la morte di vite umane innocenti. Naturalmente, l’odio va bandito, va vinto, no alla violenza politica. Sopratutto quando lede la persona umana.
Non credo nessuno abbia dato ordini, per ,o meno in senso stretto, ed il bar apapriva vuoto: Crescenzo si spaventò, andò a rifugiarsi in bagno, e quando cercò di uscire le fiamme avevano avvolto tutto. Silvio Viale (che personalmente considero un pezzo di merda) ha sempre sostenuto di non aver partecipato al corteo, e personalmente non ho ragioni per smentirlo. Accusare qualcuno senza prove e tacciarlo di omicidio solo per convizioni etiche diverse dalle proprie non é affatto il modo per fermare la violenza politica. Dovrebbe saperlo soprattutto qualcuno che é stato accusato di voler uccidere, ha fatto galera per quello e continua a protestarsi innocente.
Ahò a Bacucco, io non ho detto che è stato lui ad uccidere, ho letto da qualche parte che era lì vicino, e non mi sognerei mai di incitare alla violenza in virtù della condanna affibbiatami. Chi provoca aborti è un omicida.
Sono convinto che per certi aspetti le responsabilità morali circa le violenze perpetrate dal movimento nel ‘77 siano da considerare molto ampie, come dice Bakunin, e che avvolte la tragedia la possiamo leggere in una fatalità degli eventi, tuttavia anche se Bakunin fa cenno che allora non esisteva più un vero e proprio servizio d’ordine nei vari cortei, alcuni leader o piccoli leader dell’autonomia in quegli anni cercarono di alzare il tiro con la violenza nei vari cortei e dimostrazioni ( parallelamente al partito armato ) , ( vedere l’attacco studiato e programmato che fu portato contro Lama all’università e i successivi scontri ). D’altronde dopo la morte del giovane Crescenzi a distanza di pochissime settimane, a Torino fu ucciso il giornalista Casalegno, e un nesso tra i due episodi, anche valutando il fatalismo, esiste. Ora, io non ne faccio una questione di rinfacciare le responsabilità o a chi con metodo ha perpetrato la violenza, mi piacerebbe se si facesse analisi storico-politica, per capire e basta. Quindi da una parte concordo pienamente con Bakunin quando dice che non ha più senso “andare 30 dopo a tirare fuori le responsabilità personali di qualcuno (anche se vi sono state) mi sembra la vendettina dettata dall’invidia di qualcuno che di carriera magari ne ha fatta di meno e gli sarebbe piaciuto farla”. Da un’altra parte ritengo che ancora non si siano fatti i conti nella giusta maniera con quel passato, molta responsabilità, da questo punto di vista, bisogna individuarla nella nostra dirigenza intellettuale-politica ( attuale e anche di destra ) che allora era sul campo a battagliare, è una questione anche di rimozione del proprio passato, a proposito riporto le ultime parole di un documento-lettera di Cesare Battisti che scrisse nel 2006 dall’esilio ( 68 o anni di piombo? L’anomalia italiana) : “Per finire, vi racconterò un aneddoto. Qualche tempo fa, in occasione di un evento letterario a Parigi, ho rivisto una vecchia conoscenza di quel periodo. Era diventato un uomo importante, vicino al potere, ma la sua posizione non gli impediva di stringere la mano a un ex compagno, anche se esiliato. Parlando del più e del meno, e senza farlo apposta, tornai su un episodio della nostra comune militanza: un giorno in cui entrambi avevamo rischiato di compiere una grossa stupidaggine. La reazione di quel vecchio amico mi lasciò stupefatto. A bocca aperta, si fece ripetere l’aneddoto e poi, gentilmente, mi disse che non era possibile, che certamente lo confondevo con un’altra persona e che all’epoca non aveva mai preso in mano un’arma. Non ho insistito. Era evidente che in quel momento l’uomo era sincero. Aveva veramente cancellato dalla sua memoria un’intera parte della sua giovinezza. In altri termini, era come ricordare a un nuovo ricco il suo passato di povero.”
Sull’Angelo Azzurro si sta accendendo un dibattito infuocato su questo sito:
http://www.cuorineri.it/diario/?p=123#postcomment
Andatelo a visitare
UN CUORINERISTA CON UN PASSATO EXTRAPARLAMENTARE CI RACCONTA IL ROGO DELL’ANGELO AZZURRO VISTO CON GLI OCCHI DI RAGAZZO [hr] da [url]http://www.cuorineri.it/diario/?p=123#postcomment[/url] [hr] Di Bakunin [hr] Allora, volevo evitare di parlarne, ma la morte di Crescenzio é una delle cose che ha sconvolto la mia vita. Ripeto, anch’io potrei dire che non ho lanciato le molotov, chiamarmi legalmente innocente, e forse all’epoca avrei anche trovato un posto da dirigente di banca. Invece, ho mmollato l’università, ho vissuto 3 anni di merda all’estero (non da latitante, perché semplicemente non riuscivo più a stare in quei posti; nello sciamanesimo si dice che quando qualcuno uccide un pezzo della sua anima se ne va con il morto e, se mi passate la metafora, é quello che mi é successo) oggi tiro 4 paghe per il lesso, non sono una persona di successo (come credo avrei potuto essere)e l’unco orgoglio che ho nella mia vita é che amici e clienti mi dicono che sono una persona pulita nelle mie scelte e nelle mie responsabilità. Ho trovato e trovo osceno piagnucolare sul mio triste destino, che é decisamente migliore di quello di Crescenzio, piagnucolare con la madre e chiederle perdono sarebbe osceno e vigliacco, ma che, quando cerco di raccontare dei fatti qualcuno mi dica che cerco giustificazioni per me e per gli altri non posso accettarlo. E adesso non tirrarmi fuori, ti prego, i fatto che non era a me che parlavi. E’ un argomento che mi punge sul vivo, e perdo di obiettività, ma rileggiti le vigliaccate che hai scritto sopra e non dirmi che la tua non é una lettura parziale degli argomenti fatta estrapolando con i tuoi paraocchi le mie parole. Capisco l’acredine di un Fornasari, che suppongo abbia un’altra età ed abbia vissuto la ghettizzazione dei fascisti negli anni 60 e 70, la tua é ingiustificata. Spero francamente tu smetta di rispondermi non ho altro da dirti. Una precisazione non per il mio amico, che tanto la troverebbe retorica, saccente e supponente, ma per tutti gli altri. Se parlo dei fascisti che mi hanno ricorso una notte per colpa di un maglione peruviano, non é per dire “eravamo in tanti, non é colpa mia, vostra loro, propria, altrui…” mi piacerebbe sinceramente incontrarli, metterci davanti ad una birra, pensare che grazie al fatto che all’epoca avevo un bel tempo sui 100 m io non sono sottoterra e loro in galera, é andata bene a tutti che siamo riusciti a fare qualcosa di meglio delle nostre ossa, un ringraziamento all’Eterno per questo, stretta di mano e via a fare qualcosa di più costruttivo per quanto tempo ci rimane sul Pianeta. Io poi rimango un compagno, un internazionalista multietnico e tante altre cose che ai cuori neri non piacciono, nessun embrassons-nous. Visti i risultati delle elezioni, sto seriamente meditando di chiedere di essere inserito nelle speci protette, ma di questo rido e mi strafrego.
Andrea Insabato parla di omicidio? Con la bomba alla redazione del manifesto aveva intenzione di celebrare un battesimo? Bisognerebbe stare attenti alle fonti quando si scrive di storia. E anche alla legalità dei propri comportamenti, dato che parliamo di sacrosante condanne nei confronti di crimini spaventosi come quello dell’Angelo azzurro. Per esempio è ampiamente illegale la pubblicazione di fotografie private di personaggi (per altro morti e quindi non in grado di difendersi) mai coinvolti nell’assassinio di Roberto Crescenzio. Mi riferisco alle prime immagini del video. Credo si debba rispondere in tribunale di questo tipo di operazioni. Così come la citazione con nome e cognome di un presunto assassino dovrebbe essre accompagnata dal nome di colui che lo accusa. Altrimenti il tutto assomiglia a un cinico episodio di speculazione sulla tragedia, sul dolore delle vittime e quasi a un tentativo di estorsione. Non è con l’illegalità di comportamenti (minimi) oggi che si restaura la legalità necessaria nel giudicare comportamenti criminali del passato.
Da parte mia non c’è sicuramente nessuna operazione di cinica speculazione. E’ sufficiente leggere il libro per comprendere la cautela e il pudore con il quale mi sono accinto a raccontare una delle pagine che più mi ha colpito di quel periodo. Per quanto riguarda la documentazione fotografica, mi è stata fornita e in nessun caso è riferita a precise responsabilità in merito all’omicidio di Crescenzio, se non quelle che emergono dalle testimonianze che ho raccolto nel mio lavoro di ricerca. Aggiungo e non è una captatio che proprio il libro di Rastello ‘piove all’insù’ mi è stato da guida per districarmi nella ragnatela di agnizioni, misconoscimenti, omertà e silenzi che da trent’anni avvolge la vicenda dell’Angelo Azzurro.
http://www.cuorineri.it/diario/?p=123 è il sito di Luca Telese dove si stanno sviluppando commenti e dibattiti sul nuovo libro di Bruno babando. Visitatelo
Volete pubblicare la vostra testimonianza? Potete scrivere oppure inserire un video su youtube e segnalarcelo. Lo inseriremo in queste pagine.
Ancora una cosa e poi la smetto: Silvio Viale ha sempre dichiarato di non essere stato presente alla manifestazione. Lo conoscevo molto bene (non eravamo amici… anzi!) e ricordo molto bene di non averlo visto, anzi, di essermene addirittura stupito, visto che c’era sempre.
Ma Silvio Viale era fratello di Guido? E oggi è quello che sperimenta la RU-486? PS: Te lo raccomando Sandalo come fonte di verità giudiziaria …
Egregio bakukko. La tua generazione è quella che, dopo aver compiuto errori immensi (parole tue)senza concludere una sega(parole mie), ha sistematicamene okkupato (l’uso delle kappa non è casuale)ogni posto di potere facendosi artefice delle merdavigliose (non è un refuso)dinamiche che oggi condizionano le nostre esistenze. 1)Il mio intervento non ti chiamava direttamente in causa ma, visto il tono del cazzo che hai sfoderato, a quanto pare non ti difetta la coda di paglia. 2)Riguardo alla tua sfortuna di non aver lasciato anzitempo il pianeta con annesso rincoglionimento presunto (sempre parole tue), all’arroganza, protervia & supponenza aggiungiamo pure la paranoia. A te la scelta dell’accompagnamento musicale: “Nostalgia canaglia” oppure “Il vecchietto dove lo metto”.
Non credo che ogni singolo individuo sia responsabile di ciò che ha fatto la sua generazione. Nè credo che ogni singolo partecipante ad un corteo o manifestazione sia responsabile delle violenze o dei lutti poi perpetrati. O meglio in questo caso c’è una responsabilità collettiva che è espressione del clima e del contesto dei ‘70. Credo che ci sia un equivoco di fondo nel battibecco fra Bakunin e Cazzobubbolo (ma che nome è?); il secondo parlava in generale forse alludendo anche ai tanti libri che raccontano le vittime dimenticate conditi di dichiarazioni pentite e rammaricate solo adesso (ma va da sè…), Bakunin si è sentito chiamato in causa perchè a Torino lui c’era ed ha riportato una testimonianza che credo non volesse essere autoassolutoria nè falsamente avvilita. Mi sembra che anche Marco Bonello, postista del Blog da tempo assente, persona che mi è sempre apparsa degna di stima, era a Torino in piazza quel giorno. Accadeva nei ‘70…
Quante imprecisioni! 1) Quello detto “Yankee” non era Angelo Luparia ma un giovane alto, con gli occhi azzurri e l’aria da americano del quale non ricordo il vero nome; 2) Oltre ai “Barabba” e ai “Cangaceiros” c’erano i “Montoneros” (a San Salvario); 3) Fortuzzi non si è laureato in Scienze politiche alla Cattolica come riportato da La Stampa ma a Torino. Se non ricordo male dopo un anno circa di detenzione Fortuzzi fu assolto per insufficienza di prove (allora esisteva ancora quella formula) in relazione a un episodio incendiario – che non c’entrava nulla con l’Angelo Azzurro – per il quale era stato chiamato in causa da Sandalo.
Allora ribadisco chi procura aborti è un omicida. Sarù Dio e la legge, se un giorno ce lo consentirà a giudicarlo. (Dio o la legge? Ambedue) La Litizzetto sbaglia la Ru846 è omicida. Non è un anticonceziomale, uccide il frutto del concepimemto. E’ vero , non mi sbagliavo, c’è un Guido Viale, era forse un leader alla Capanna e Silvio…boh comunque tutti e due sul tramonto. Capanna di meno, sono contro gli Ogm. Io ero sul viale, quando fu ucciso Walter Rossi, ma non mi sento responsabile, gioii in maniera falsa il giorno dopo ma me ne rammaricai nell’intimo. Fu un azione aberrante, non si spara perchè un corteo di ammazzatutti ti viene contro, abbiamo messo in fuga i nostri avversari sempre ad ogni carica, oddio mi si raccontava al tempo di Osvaldo Amato, un capo dei compagni che una volta mise in fuga i missini della Balduina alzando silenziosamente una chiave inglese…insomma quel povero ragazzo non meritava di essere ucciso, e pensate che mi aveva spaccato la faccia con un cazzotto sugli occhiali una settimana prima, ero davanti al cinema Balduina con la mia ragazza in una maschera di sangue…il giorno del corteo, dopo la morte di Walter, ero in casa di un camerata, sul viale delle Medaglie d’oro a vedere la fiumana, entrarono nel cortile e salirone le scale gettando delle molotov, si poteva propagare un incendio grave come per l’Angelo azzurro…poi devastarono la sede del Msi sempre con la stessa modalità credo…ma chi parla ha rischiato nella vita di far gravi danni per cui…e non mi riferisco al Manifesto…per cui la condanna ha riconosciuto che il colpevole non voleva danneggiare le persone. Ma vi era una cultura dell’odio che ci veniva dai padri, dalla mancata pacificazione nazionale susseguente alla guerra civile del 44-45. Questione tutt’ora irrisolta.
Guido Viale e Silvio Viale sono omonimi e tutto lì. Sì, Silvio Viale é il medico che esperimentava le pillole abortive. Sulle testimonianze di Sandalo d’accordissimo con Tassinari. Grazie a Luca ed a Paolo N, incominciavo ad aver paura di non sapermi spiegare. Da parte mia non c’é nessun intento auto-assolutorio né di cattolico auto-cospargimento del capo con la cenere, soprattutto se pubblico. Per come vedo io la cosa (ed ho avuto 31 anni per pensarci) la morte di Crescenzo fu la tragica risultante dei luoghi comuni e della piega che il Movimento aveva preso. Una responsabilità collettiva, anche se con gradi diversi di responsabilità singola (chi ci andò armato rispetto a chi se ne accorse e non disse niente, chi era un leader o un leaderino rispetto ai singoli militanti, ecc.), che comunque rimane collettiva nel suo insieme. Che qualcuno abbia fatto il militante nei ‘70 e poi una bella carriera da banchiere o da dirigente industriale é un fatto (il nome di Fortuzzi non mi dice niente, comunque). Individualmente, tutti quelli che c’erano quel giorno (o magari che non c’erano, ma hanno contribuito al clima) avranno fatto o faranno i conti di quello che é successo quel giorno maledetto con la loro coscienza (ammesso ne abbiano una), certo che andare 30 dopo a tirare fuori le responsabilità personali di qualcuno (anche se vi sono state) mi sembtra la veendettina dettata dall’invidia di qualcuno che di carriera magari ne ha fatta di meno e gli sarebbe piaciuto farla. Luca, ho le mie ragioni per mantenere l’anonimato e per non postare un racconto più lungo, che sono strettamente personali e non intendono coprire né me né nessun altro. Se vuoi un racconto più dettagliato sui fatti (che secondo me sono comunque relativamente poco rilevanti)hai modo di vedere la mia E-mail personale, scrivimio lì. ovviamente, ad altri interventi che costringerebbero a continuare sull’insulto personale non rispondo.
Guido Viale fu uno dei padri fondatori del Movimento Studentesco a Torino e poi responsabile dell’organizzazione di Lotta Continua, uno dei primi a fare galera nel ‘68. Con Silvio Viale, ribadisco, non c’entra nulla. Nel ‘77 i padri fondatori di Lotta Continua erano molto defilati, se attivi in qualche modo: vale per Guido Viale, ma anche per Sofri. Rostagno era già a Puna da Osho (allora Bhagwan Rajneesh) o sulla strada per andarci, così come Andrea Valcarenghi, fondatore e direttore di Re Nudo.
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L’Angelo Azzurro, o la fine del Settantasette torinese. La tragedia che ha segnato la fine del Movimento studentesco e la nascita del terrorismo
La metà degli anni Settanta, in Italia, è segnata da una profonda crisi dei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra: «La nuova leva del movimento che compare sulla scena politica a partire dal 1975 – scrivono Nanni Balestrini e Primo Moroni – è pesantemente critica e dissacratoria rispetto a stereotipi ideologici, modelli, ritualità e miti della tradizione internazionalista, fatti propri dai gruppi extraparlamentari nati dopo il 1968-69. Questa critica radicale ai “gruppi” (già avviata dal movimento femminista) metteva al centro della polemica le tematiche del “personale politico”, i rapporti tra i sessi, le formalizzazioni gerarchiche, il volontarismo alienante, ecc.». Le prime espressioni di quello che in un documento fu definito “un nuovo modo di fare politica” si manifestano a Milano tra il 1975 e il 1976, quando folte compagini giovanili danno vita a nuove e spontanee forme di aggregazione, a partire dalla critica all’infelicità della loro vita quotidiana: «Per tutti, indifferentemente esiste il problema del “tempo libero”, un tempo vissuto come obbligo coatto al vuoto, alla noia, all’alienazione». È a partire dalla critica di queste condizioni di vita che si costituiscono i “circoli” del proletariato giovanile. Costituiti da una maggioranza di giovani operai, apprendisti, impiegati delle piccole fabbriche dell’hinterland, e da una minoranza di disoccupati e studenti delle scuole professionali, nell’arco di pochi mesi occupano decine e decine di stabili (vecchie fabbriche abbandonate, chiese sconsacrate, case sfitte) e li adibiscono a centri sociali in cui dare vita ad iniziative sui temi della condizione giovanile. La natura violenta del “nuovo modo di fare politica” si manifesta immediatamente: i giovani si riversano al centro non più a gruppi, nei bar o nei cinema di terza categoria, bensì per suonare, ballare, fare festa, ma durante questi raduni scoppiano sempre più spesso scontri con la polizia e si fanno sempre più numerosi gli “espropri proletari” (né più né meno che furti) in negozi di lusso e supermercati, fino a raggiungere proporzioni di massa. Spirito ludico e aggressività: il primo destinato, nel corso del 1977, a dissolversi rapidamente, la seconda ad esplodere in tutta la sua virulenza (2.188 attentati terroristici, 32 gambizzati e 12 morti è la contabilità di uno dei più terribili fra gli “anni di piombo”). In questa violenza sempre più feroce si inquadra l’assalto, il 1° ottobre, all’Angelo Azzurro, locale nel pieno centro di Torino, nel quale perde la vita Roberto Crescenzio, ventiduenne estraneo alla militanza politica, un episodio che segnerà la fine del movimento dei “circoli”, ricostruito da Bruno Babando, giornalista e scrittore, in Non sei tu l’Angelo Azzurro. Una tragedia del Settantasette torinese, ed. Marco Valerio, € 16,00.
Festa e violenza, si è detto: «è impossibile scindere, in questo tentativo di destabilizzare le istituzioni – scrive Babando nella Premessa -, il gesto surreale da quello che porterà nelle manifestazioni non solo il simbolo ma la presenza della P38 […]. Azione violenta e creatività erano inscindibili, modi differenti di uno stesso pensiero polimorfo, ricco, forse inconsapevolmente, di ambiguità». L’ala “creativa” del movimento – che si sarebbe dissolta prima della fine dell’anno – seppe dar vita a momenti ludici, che sembravano voler sottrarre alla dimensione collettiva il dominio esclusivo e assolutizzante della politica. Ma, aggiunge Babando, «Per altri versi, l’allegria e l’ironia dissacrante di questa area – che ha negli “indiani metropolitani” il suo emblema – appare talora venata da un senso di sconfitta, quasi di disperazione», che non di rado sconfinerà in una vera e propria spinta autodistruttiva: «ciò che non riuscì a fare lo Stato ci pensò l’eroina».
In ogni caso, i circoli del proletariato giovanile suscitano subito interesse, e trovano appoggio organizzativo, in strutture politiche e culturali già organizzate. Da un lato, quello dell’“ala creativa”, il circuito di “Re Nudo” segue fin dall’inizio questo movimento che fonda la sua azione su un “nuovo modo di fare politica” che rispecchia lo slogan “il personale è politico”, e per questo vede nei circoli la realizzazione pratica del suo quasi decennale impegno controculturale. Dall’altro, le strutture politiche di Lotta Continua, in crisi dopo lo scioglimento ufficiale dell’organizzazione sancito dal congresso di Rimini dell’anno precedente, forniscono al movimento un supporto organizzativo, senza contare il grande numero di militanti delusi da quell’esperienza politica.
A Torino, Lc è ancora molto radicata: una sede centrale in corso San Maurizio 27, vicino a Palazzo Nuovo (la sede delle acoltà Umanistiche) e alla Mole, un migliaio di iscritti, migliaia di militanti, ventuno sezioni che coprivano in modo omogeneo il territorio cittadino, e circoli come il Barabba, il Cangaçeiros o lo Zapata, più o meno contigui. Eppure, sono proprio le testimonianze dei militanti del Cangaçeiros, il più organico a Lc, che danno la misura dell’insofferenza dei più giovani per il clima di rigidità, di spersonalizzazione, di algida burocrazia da “piccolo Pci” che si respira in Lotta Continua: «A un certo punto Lc mi ha mandato a fare il commissario nella sezione Mirafiori Quartiere perché ne succedevano di tutti i colori, c’erano i cristiano per il socialismo e gli stalinisti bestemmiatori che litigavano, per cui vivevo di nuovo la situazione di uno che arrivava lì e non c’entrava niente, da funzionario di partito. quindi una situazione che non c’entrava niente con me se non quella della mia ideologia»; «Mi ricordo che avevamo i capelli lunghi e questo non andava molto bene in Lotta Continua in quel periodo, e noi eravamo anche i più giovani. C’era un clima strano, io sono sempre steto lontano dall’entrare in Lc quando era forte, grande e organizzata a causa proprio di questa struttura ruguda, precisa, che secondo me allontanava un certo tipo di gente. Mancava in quel periodo lì una politica, che è poi quella che abbiamo fatto noi, più rivolta ai giovani, con tutte le contraddizioni che si vivevano, la vita com’era, i capelli lunghi, gli spinelli…»; «…il personale è politico: immagino non volesse dire solo le relazioni personali, rapporto fra i sessi, gelosia, eccetera, ma anche le relazioni con i genitori ecc. Probabilmente per personale si intendevano i bisogni, gli interessi e le contraddizioni: noi in questo senso qualcosa abbiamo fatto».
Il primo capitolo del libro si apre con due fotografie, la prima di Roberto Crescenzio, in attesa dei soccorsi, con il 90 per cento del corpo ustionato, la seconda di un gruppo di giovani del circolo dei Cangaçeiros, sorridenti e col pugno alzato, ai piedi del monumento ai Cavalieri d’Italia in piazza Castello. Sembrano un’innocua combriccola di liceali in gita scolastica, indisciplinati e chiassosi, ma in fondo ancora immuni dalla crudeltà umana. «Invece no. Tra quei giovani spavaldi e all’apparenza inoffensivi – scrive Babando – cova nelle viscere il verme tignoso della violenza e nei meandri insondabili delle loro acerbe menti cova già la morte. Quasi tutti sono stati segnalati alle autorità per una dissennata predisposizione a condotte brutali, alcuni hanno all’attivo imprese di teppismo di inusitata ferocia, per molti furti, rapine e attentati sono ormai il pane quotidiano di una militanza vissuta in maniera totalizzante».
Una brutalità e una ferocia che si scatenano anche il 1° ottobre, inizialmente con risultati deludenti, che lasciano trasparire lo sbando e la frustrazione in cui il movimento sta ormai precipitando. Il giorno prima, a Roma, durante una manifestazione, un gruppo di esponenti del Msi ha ucciso Walter Rossi, ventenne militante di Lotta Continua. Dopo qualche discussione fra i vari circoli, si raggiunge l’accordo sull’obiettivo della manifestazione, peraltro già noto alle forze dell’ordine fin dalla sera precedente: dare fuoco alla federazione provinciale missina di corso Francia 19. Verso le 10.30, tre cortei formati in prevalenza da studenti liceali e degli istituti tecnici e professionali, in tutto 2.500-3.000 ragazzi, si mettono in marcia in tre cortei distinti, e giungono a pochi metri dall’inizio di corso Francia. Decine di dimostranti calano i passamontagna o si mascherano con fazzoletti e sciarpe, ed estraggono dai tascapane bulloni, cubetti di porfido e “bocce” (le bottiglie molotov). Ad attenderli trovano un cordone di carabinieri e di uomini del 5° celere, con giubbotti antiproiettile, fucili e candelotti lacrimogeni innestati. Alcune auto sono raggiunte da bottiglie molotov, un’altra bottiglia incendia un albero sopra il tetto di un tram e per qualche istante si teme che l’incendio avvolga la vettura e i passeggeri, poi il fuoco si spegne. Nel frattempo, le forze dell’ordine sono già riuscite a ricacciare indietro i manifestanti. Mentre il grosso del corteo ripiega verso il centro, alcuni commandos di una decina di persone ciascuno si disperdono per vie laterali e compiono azioni di guerriglia urbana come fracassare la vetrina di una farmacia ed “espropriare” giacche e jeans da un negozio. Si tratta, precisa l’autore, di diversivi per distogliere le forze dell’ordine dall’altro obiettivo, la sede della Cisnal, il sindacato vicino alle posizioni del Msi. Qui, però, trovano gli uffici chiusi, e tutto si riduce con il lancio di bottiglie molotov contro la porta finestra del terzo piano e contro il portone. Anche il tentativo di assalto a Comunione e Liberazione si risolve nel lancio di due molotov: «in fondo è semplice routine. Il bilancio di quella che nelle intenzioni avrebbe dovuto passare alla cronaca delle lotte antifasciste come una “grande mobilitazione militante” è assai magro. Ed è forse per frustrazione che lungo il percorso vengono compiuti una serie di atti che difficilmente possono essere definiti in altro modo che puro teppismo. È un corteo ormai allo sbando, privo di meta, inappagato nella sua finalità principale – la chiusura dei covi fascisti – e, cosa più pericolosa, scombinato sul piano organizzativo».
Il corteo si ferma in via Po angolo via Sant’Ottavio, la strada che conduce a Palazzo Nuovo, sede, come si è detto, delle facoltà umanistiche. I manifestanti sono ancora muniti di molotov, e soprattutto, come ben comprendono i capi, sono carichi di tensione, di adrenalina, di impulso all’azione esasperato dalla frustrazione. Sul corteo è calato il silenzio, niente più cori, grida, canzoni. A rompere la quiete irreale è Angelo Luparini, che lancia il segnale convenzionale, “Caino, avanti!”, con il braccio destro alzato. Le squadre del Barabba e del Cangaçeiros, una dozzina di giovani in tutto, si dirigono di corsa verso l’Angelo Azzurro, locale di via Po 46 che secondo una diceria diffusa nel movimento sarebbe un ritrovo di fascisti e un luogo di spaccio di droga. «Li segue e li scorta una piccola folla di dimostranti, eccitata dalla prospettiva di assistere e partecipare all’ennesimo episodio di guerriglia, un branco assalito da un delirio collettivo, posseduto dal demone della violenza. È la logica del branco a prevalere su ogni barlume di senno».
All’esterno del bar sosta il proprietario, Luigi De Maria, 35 anni, dentro ci sono la moglie, Maria Benedetta Evangelista, 30 anni, il barista Bruno Cattin, 27, e i due amici ventiduenni Roberto e Diego. Gli estremisti, infrante le vetrate, irrompono nel locale lanciando molotov e cubetti di porfido, i gregari gettano all’interno ogni genere di oggetto, sedie, tavolini, fioriere. I titolari riescono a fuggire dal retrobottega, Diego viene riempito di pugni e calci, colpito da pesante bastonata sulla testa e letteralmente gettato fuori, sul marciapiede. Roberto, in preda al panico, si barrica nella toilette: questo segna il suo destino. L’incendio divampa in brevissimo tempo, alimentato dalle suppellettili, dalle bottiglie di alcolici, e soprattutto dalla moquette. Roberto decide di uscire dal bagno, credendo di cavarsela con un pestaggio, ma appena aperta la porta viene investito da una vampata di fuoco: tenta di attraversare le fiamme, incespica, cade sulla benzina incendiata e in un istante si trasforma in una torcia umana. Benché allo stremo, riesce a chiedere aiuto, raggiunge la porta e stramazza a terra. La scena lascia gli assalitori impietriti: si guardano tra loro, nessuno ha il coraggio di prendere l’iniziativa, alla fine tutti fuggono, tranne due di loro che cercano di portare i primi soccorsi a Roberto.
Ricoverato al Centro grandi ustionati del Cto con il 90 per cento del corpo ustionato, Roberto Crescenzio sopravviverà due giorni, trovando persino la forza di rilasciare agli agenti di P.S. dell’ospedale una lucida e dettagliata dichiarazione. Alla cieca e furiosa violenza dei manifestanti, Torino risponde con civiltà e fermezza: oltre ventimila persone, sotto la pioggia sottile di ottobre, con in testa gli studenti dell’istituto tecnico industriale Spagnesi, dove Roberto si era diplomato e poi aveva trovato lavoro come assistente di laboratorio chimico, seguono il feretro dall’abitazione di via Oropa al cimitero di Sassi, sulla riva destra del Po. Il Pci torinese ha organizzato una massiccia presenza dei suoi iscritti, che marciano però senza bandiere, mentre gli operai dei consigli di fabbrica tengono tesi una cinquantina di striscioni. «Fra i giovani – scrive Babando – che sono arrivati in piccoli cortei dall’Università, dai licei e dagli istituti tecnici ci sono molti di quelli che sabato hanno partecipato alla tragica manifestazione, e, forse, confusi agli altri, ci sono pure i componenti del commando che ha attaccato il bar di via Po; senza passamontagna e tascapane, il volto smarrito di chi sa d’essere responsabile».
La vicenda giudiziaria è lunga, e ricostruita da Babando con dovizia di particolari, senza risparmiare critiche al modo in cui sono state condotte le indagini. La sentenza definitiva arriva il 26 marzo 1984: Francesco D’Ursi, Angelo De Stefano, Angelo Luparia e Angelo Bonvicini sono condannati a 3 anni e 6 mesi, Stefano Della Casa a 3 anni e 3 mesi, Peter Freeman viene assolto per insufficienza di prove. «Eppure ancora oggi – è l’amara considerazione -, a distanza di tanto tempo, non sappiamo tutti i nomi di coloro che hanno ammazzato Roberto Crescenzio. Anzi, proprio non sappiamo chi l’ammazzò. […] Nessuno è stato condannato per omicidio. Roberto, anche per la giustizia, non è stato assassinato, non è morto per mano assassina, ma è stato vittima della tragica conseguenza di un incendio doloso, epilogo del drammatico incidente occorso a una banda di teppisti e piromani durante la commissione di un altro reato. Non volevano uccidere, ma hanno ucciso. Non avevano nulla contro Roberto ma lui ci ha lasciato la vita. È l’insanabile contrasto tra verità giudiziaria e verità storica, tra la realtà ricostruita in un’aula di tribunale e quella vissuta dagli attori in carne ed ossa. La giustizia spesso deve arrendersi di fronte ai propri limiti, limiti che sono anzitutto quelli umani, accentuati dalla congerie di codicilli, glosse e stratagemmi difensivi di cinici azzeccagarbugli. È giustizia umana, appunto, non divina».
Alcune settimane dopo la morte di Crescenzio, un articolista di Ombre Rosse, rivista edita da Samonà e Savelli, si reca negli studi di Radio Città Futura, emittente del movimento che aveva seguito la manifestazione. Ne scaturiranno due fili diretti con gli ascoltatori, uno gestito dall’articolista, l’altro da redattori della radio. Ne emerge, commenta Babando, uno spaccato impressionante delle posizioni divergenti, e in alcuni casi addirittura contrapposte, di quella che era sembrata una sorta di «assemblea permanente dell’estremismo cittadino». Alcuni di quegli interventi sono sconcertanti, addirittura allucinanti: «Sull’eventualità che durante la pratica di un obiettivo possa rimetterci qualcuno che non c’entra, se n’era discusso sempre poco, di azioni del genere il movimento ne ha praticate tante e non era mai accaduta una cosa così: è sempre sembrato naturale che quando si attacca un luogo fisico tutti escano prima. Dopo l’Angelo Azzurro più nulla è naturale, ma non è giusto affermare, come hanno fatto molti, che d’ora in poi non si possano più praticare obiettivi dove ci sia la minima possibilità che qualcuno si faccia male: questo ragionamento porterebbe all’inazione, non si attaccherebbe nemmeno il Msi»; «In questa società nessuno c’entra niente, nessuno è in un posto per caso, tutti quanti abbiamo una funzione che ci è imposta da questa società. Si dice che è morto un ragazzo di 20 anni, che è stato ucciso dal movimento, ma avrebbe dovuto essere anche lui nel corteo, esercitare anche lui la stessa violenza che esercitava il corteo»; «La gente a volte non si rende conto di come stanno le cose: uno che si fa gli affari suoi, che non si interessa di politica, non capisce che proprio del fatto che lui non fa niente, che vuol starsene in pace, la borghesia ne approfitta e lo mette come muro nei confronti di chi si ribella a questa società. Per noi Crescenzio non è una vittima del movimento, ma è un omicidio di Stato».
In parole come queste si presagisce chiaramente che la distruzione del locale di via Po e la morte di Roberto Crescenzio segnano la fine del movimento a Torino e la rapida chiusura del suo ciclo nel resto d’Italia, per molti con un diffuso “ripiegamento nel privato” e nella solitudine, per altri nell’abbandono alla disperazione e all’eroina, per altri ancora nel passaggio alla clandestinità e poi al partito armato: «Sapremo poi che l’Angelo Azzurro sarà stato per un pugno di giovani torinesi, lo spartiacque tra una militanza vissuta e condivisa ma mai pianificata in banda armata, e quella di un’adesione a organizzazioni terroristiche».
Io ero la, l’ho visto quando lo hanno messo seduto su di una sedia proprio di fronte al bar Angelo Azzurro.
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