Non sei tu l’Angelo Azzurro

Non sei tu l’Angelo azzurro.
Una tragedia del Settantasette torinese

L’ultimo successo di Bruno Babando

 

Torino. 1977. Primo ottobre. Pochi minuti prima di mezzogiorno. Il corteo di Lotta Continua scatena l’assalto all’Angelo Azzurro, un bar del centro. Roberto Crescenzio brucia vivo. Morirà dopo due giorni di agonia.

Dove sono i protagonisti di quelle ore convulse?

Documenti inediti, fotografie uscite dagli archivi, interviste e atti giudiziari ricostruiscono, dopo trent’anni, la tragedia che segna la fine del Movimento studentesco e la nascita del terrorismo.

DAL 5 MAGGIO NELLE LIBRERIE TORINESI
PRENOTALO ON LINE

Presentazione in anteprima nazionale:
Torino, Palazzo delle Facoltà Umanistiche, aula 1, lunerdì 5 maggio 2008, ore 18. Con l’intervento di Piero Fassino

Presentazione al pubblico dei lettori:
Torino, Libreria Feltrinelli, piazza CLN, lunedì 12 maggio 2008, ore 18. Con l’intervento di Ettore Boffano
Il dibattito sta crescendo ora per ora. Sui quotidiani, su Internet, sui gruppi di discussione. E su YouTube, dal quale abbiamo tratto alcuni video.
Intervento di Bruno Babando e Ettore Boffano alla Libreria Feltrinelli CLN di Torino il 12 maggio 2008

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34 commenti Post a Comment
  1. marcovalerio scrive:

    Il libro non è ancora uscito in libreria ma il deprecabile bisogno di scoop dei giornalisti torinesi ci ha costretto, inopinatamente, ad anticiparlo in anteprima a pochi addetti ai lavori. Il risultato è stato un incendio di polemiche sui quotidiani italiani, dal Corriere della Sera a repubblica, da La Stampa e CronacaQUI. Se siete curiosi, qualche link sugli articoli pubblicati ve lo abbiamo preparato qui sotto.

    Altri non sono accessibili direttamente dalla Rete. Qualche commento tuttavia si rende necessario. In particolare sulle parole di Silvio Viale, noto medico impegnato a uccidere bambini nel più originale rispetto del giuramento di Ippocrate. Silvio Viale era uno dei militanti di Lotta Continua. Fu assolto dalla responsabilità di quell’incendio e di quella morte atroce perché presentò un alibi secondo il quale non era presente in via Po quel giorno. Oggi, però, a distanza di trent’anni, con fare adirato, attesta e decide chi era presente in via Po e chi no. Smentendo il proprio alibi giudiziario senza imbarazzo, forte dell’intervenuta prescrizione. C’è dignità e dignità. Quella di Stefano della Casa, che ha affrontato con onestà inellettuale il peso del proprio passato, ne ha pagato il debito e legittimamente rivendica il diritto a continuare a vivere e affrontare il futuro senza rinnegare il passato. E quella di Silvio Viale o di Diego Novelli, che dalla colonne di Repubblica accusa l’autore di questo libro di volere fare uno scoop. La verità fa forti gli uomini. Ma come dice un nostro autore napoletano, hai voglia di versare rhum sopra delle feci. Non ne farai mai un babà.

  2. Marco Civra scrive:

    Dove eravamo quel giorno? Un’intera generazione di torinesi quel fatidico primo ottobre era schierata. Da una parte o dall’altra. Ettore Boffano, su Repubblica, ha scritto: ‘Potevo esserci anche io. Non mi ricordo neppure perché non ci andai’. Anche io potevo esserci. Non era raro, in quei giorni, lasciare la scuola per andarsi a schierare. Non so neppure io perché quel giorno non ero in corso Francia. Rimasi al Liceo Valsalice. Forse le maglie del controllo dei salesiani si erano paternamente strette per salvare quei ragazzotti di sedici o diciassette anni. Se fossi andato, sarei stato dentro alla sede del Movimento Sociale. Dall’altra parte. Era normale. Andavamo al Circolo Zapata o al Circolo Aurora di Collegno, a bere una birra. Ci scambiavamo Città Futura e il Secolo d’Italia discutendo pomeriggi di politica. Di nascosto naturalmente. Allo stesso modo in cui i più ricchi copiavano sulle musicassette gli LP di Guccini e Bertoli per quelli che, come me, non avevano i soldi per comprarli. E la mattina dopo ci scontravamo in piazza, di fronte all’ITIS di Grugliasco o in qualche altra scuola, suonandocele di santa ragione. Per ritrovarci al pomeriggio a chiederci scusa per i lividi. Se lo ricordarono bene alcuni colleghi giornalisti, alcuni anni dopo, quando iniziai la mia prima collaborazione con la Gazzetta del Popolo. Ero ancora un ragazzino, più giovane di quanto lo fosse Roberto Crescenzio il giorno della sua morte, quando mi convocarono in una stanza della redazione di corso Venezia e mi interrogarono. Come osavo scrivere per la Gazzetta del Popolo? Come osavo pensare di diventare un giornalista, io, che non ero di sinistra? Questa città ha bisogno di ritrovare la sua memoria, di fare i conti con il suo passato. Non è una questione di scoop, con, buona pace di Diego Novelli, la cui memoria sopravvive come le statue di Stalin e come le devastazioni amministrative della sua sciagurata stagione, grazie all’ossequio di chi ancora lo intervista. E’ questione di verità. Onore a quanti con quella verità si misurano e fanno i conti, riconoscono le proprie colpe e le proprie responsabilità. Morali, non giudiziarie, perché la giustizia ha fatto il suo corso, con le sue verità, spesso distanti da quelle storiche. Onore a Ettore Boffano, a Stefano della Casa, a quanti hanno detto o diranno ‘io c’ero’ o avrei potuto esserci. Quanto agli altri, ai giornalisti e ai manager che hanno pregato di non citare il loro passato, i processi subiti, ancora una volta hanno perduto un’occasione. In quella redazione della Gazzetta del Popolo, in quel ‘processo’, alcuni di loro c’erano. Ci sono ancora oggi, a scrivere sulle colonne di quotidiani. In quei giorni nascondevano le armi dei terroristi. Non ci può essere perdono per chi non sa chiedere perdono.

  3. Luca Telese scrive:

    ANCORA L’ANGELO AZZURRO. UN (BEL) LIBRO DI BRUNO RIAPRE IL CASO DI ROBERTO CRESCENZIO, LO STUDENTE LAVORATORE CHE FU BRICIATO VIVO IN UN BAR DI TORINO. BABABDO CHIAMA IN CAUSA UN EX DI LOTTA CONTINUA CHE OGGI FA IL MANAGER DI MERRYL LINCH ITALIA E SI IMBESTIALISCE: “E’ TUTTO FALSO”. MA LA SMENTITA NON E ’ MOLTO CONVINCENTE….

  4. Massimo Novelli scrive:

    La Repubblica Il primo ottobre del 1977, durante un corteo organizzato da Lotta Continuia, nel centro di Torino, venne assaltato il bar dell’Angelo Azzurro di via Po, ritenuto, ma a torto, un ritrovo di neofascisti. Gruppi di manifestanti, tra i quali alcuni che poi sarebbero entrati in Prima Linea e in altre formazioni eversive, incendiarono e distrussero il locale con un fitto lancio di molotov. Roberto Crescenzio, uno studente lavoratore che impaurito da quanto stava succedendo si era rifugiato nel bagno del caffè morì bruciato vivo, dopo due giorni di agonia. Il terribile episodio segnò, in un certo senso, la fine del movimento studentesco e l’inizio dela lunga a tragica stagione del terrorismo. Ora, a distanza di tanto tempo, un libro del giornalista e scrittore Bruno Babando (Non sei tu l’Angelo Azzurro, edito da Marco Valerio , in uscita tra qualche giorno) riampre quella pagina drammatica di quasi trentun anni fa. Attraverso una minuziosa ricostruzione dell’accaduto, sulla base di nuove testimonianze, e delle carte del processo che si è chiuso con cinque condanne con di poco superiori ai tre anni, l’autore porta alla luce fatti inediti e, soprattutto, persone che avrebbero avuto un ruolo nelle vicende dell’Angelo Azzurro, ma che non erano mai uscite dall’ombra. Uno di questi, oggi, è un manager del mondo bancario e finanziario italiano, Massimo Fortuzzi, ai vertici della Merryl Linch Italia, già amministratore delegato di Anrtonveneta, Abn Ambro e con incarichi di rilievo alla Deutsche Bank e in una società di fondi comuni di investimento. Secondo le dichiarazioni fatte a Babando da un ex militante del 1977, Fortuzzi, all’epoca diciannovenne, avrebbe preso parte all’assalto del primo ottobre: “Sono certo che nel gruppo ci fosse pure Massimo Fortuzzi, uno dei leader ‘barabbini’ (ovvero del circolo del proletariato giovanile Barabba, ndr.) più assidui alle azioni. Oggi è un importante banchiere, ma allora non si tirava indietro”. In un altro passo del volume, quindi si sostiene che “numerose” testimonianze lo danno presente, quella mattina, al corteo e algi assalti di corso Francia (la sede del Msi, ndr.) e, almeno un paio, ricordano di averlo visto pure in via Pio”. La supposta rivelazione è riportata senza indicare il cognome di chi la stava facendo, tuttavia Babando assicura che “se ci dovesse essere bisogno, quest’uomo non avrà nessun timore di uscire allo scoperto”. Fortuzzi, da noi interpellato, smentisce nettamente quanto è stato scritto su di lui: “Ricordo vagamente quella vicenda, p passato tanto tempo. So che ci fu un processo, con delle condanne”., esordisce. E aggiunge: “Non so nemmeno se quel giorno fossi a Torino. A qualche corteo avrò pure partecipato, ma quello che scrive il giornalista è un mare di stupidaggini, tanto che lo perterò in tribunale. Oltretutto la testimonianza nei miei confronti è di un anonimo. Si è voluto sfruttare la mia notoerità, non è altro che una provocazione”. E l’appartenenza al circolo Barabba? “E’ irrilevante”, conclude. L’autore di Non sei tu l’Angelo Azzurro, in ogni caso, è convinto delle sue affermazioni, e dice: “Ci sono anche altre testimonianze che non ho utilizzato, che dimostrano come Fortuzzi fosse uno dei più accesi del gruppo che quella mattina si scatenò contro il bar di via Po. Del resto il suo nome compare pure in uno degli interrogatori di Roberto Sandalo, uno dei capi di Prima Linea che, pentitosi, collaborò con la magistratura”.

  5. Marina Cassi scrive:

    Lo scrive così a 30 anni di distanza e due processi conclusi: «Numerose testimonianze lo danno presente, quella mattina, al corteo e agli assalti di corso Francia e, almeno un paio, sostengono di ricordarlo anche in via Po». La mattina di cui si parla è il maledetto 1° ottobre del ‘77 quando dopo un duro corteo – in «risposta» all’omicidio fascista di Walter Rossi – si aggira rabbioso per la città e finisce in via Po al bar «Angelo azzurro». Partono le molotov: Roberto Crescenzio, ha 22 anni, sta bevendo un aperitivo. Resta intrappolato dal fuoco, si trasforma in una torcia, muore dopo due giorni. La persona di cui scrive Bruno Babando, insieme a molte altre note, nel libro che sta per uscire – «Non sei tu l’angelo azzurro», Marco Valerio editore – è Massimo Fortuzzi. Allora era un ragazzo del circolo Barabba; adesso ha 50 anni, è Ceo di Merrill Lynch, dopo essere stato ad della Deutsche Asset Management e della Antonveneta Abn Amro. Una carriera nella finanza dopo una laurea in Scienze Politiche alla Cattolica con 110 e lode. Nell’81 è stato assolto da partecipazione a banda armata Prima linea. Babando nel libro cita un anonimo militante del Movimento torinese. La fonte, parlando dei «barabbini», racconta: «….peraltro avevano già preso parte a alcune azioni delle ronde; sono certo che nel gruppo ci fosse pure Massimo Fortuzzi, uno dei barabbini più assidui alle azioni». Non è chiaro se intenda dire che il manager di oggi sia stato quella mattina all’Angelo Azzuro o se semplicemente sia stato, come alcune altre centinaia di giovani, in piazza. Fortuzzi – che in molti a Torino ricordano come «uno riflessivo, non uno che poteva finir male» – è gelido: «Mi spiace ma non ho niente da dire; sono talmente lontano e estraneo a quei tempi. Sono fatti oggetto di indagini e processi. Mi stupisce che si parli di me». Il nome del manager non è mai entrato nella vicenda del rogo. Neppure le sollecite soffiate di Roberto Sandalo lo hanno coinvolto in quel fatto. Quella terribile morte «per caso» – i lanciatori non volevano uccidere e certo l’obiettivo non era Roberto Crescenzio – è rimasta impunita. Nessuno in trent’anni ha mai detto: «Sono stato io». Malgrado la ferita aperta – oltrechè nella città – nel movimento, gli assassini sono ancora anonimi. Forse perché, come dice Silvio Viale, «l’assalto non era organizzato, è accaduto in un attimo e ha avuto un effetto di trascinamento su altri che erano al corteo; ma alla fine non si capiva più chi c’era prima, chi era arrivato dopo». Ma aggiunge: «La dinamica esatta non la conosco; però ci siamo assunti

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